Se dura poco vuol dire che ti amo

Postato il 2 Marzo , 2010
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Nella stanza c’era giusto l’essenziale. Dalla finestra entrava e usciva la luce gialla dell’insegna al neon dell’Hotel e nel cielo brillava una luna di marmellata, strepitosa. Dopo l’ufficio, prima di spegnere il telefonino, avevo mandato un messaggio a mia moglie e così, senza pensarci troppo, avrei voluto chiedere a Irene se aveva fatto lo stesso. Ma di certe cose non ne avevamo mai parlato. Forse per non dargli peso o forse perché ci volevamo convincere che il nostro cuore fosse libero. Fatto sta che quella sera mi ritrovai ad affrontare un’altra volta le mie parole, la mia lingua e la voglia di dire certe cose e non altre, proprio come quando ero bambino. Allora mia madre, le mie zie e addirittura le nostre vicine di casa si erano improvvisate pedagoghe, rincorrendosi l’una con l’altra a furia di trovare la soluzione più adatta alla mia lingua.

A dieci anni avevo già sentito le cose più assurde di tutta mia vita, a metà strada tra le credenze popolari e i rimedi della nonna, tipo butta la lingua da un lato, mettiti due biglie in bocca o prova a cantare e vedrai che ti passa. Ma nonostante i loro buoni propositi e il mio impegno devoto, non c’era stato nulla da fare, quando balbettavo non c’erano biglie, né lati e tantomeno canzoni che potevano sbrogliare la mia lingua. Quando si raggomitolava su se stessa giusto un miracolo avrebbe potuto liberarla. Solo con gli anni imparai a gestirla, come un animale selvatico, come un corpo estraneo che si era appropriato della mia bocca ingiustamente. Cercavo di fregarla sul tempo, cambiavo le parole all’ultimo minuto, iniziavo una frase con una vocale morbida anziché con una consonante dura. Erano trucchetti da poco, ma io e la mia lingua ci capivamo alla grande.

E quella sera eravamo alla resa dei conti. Sapevo benissimo che non avrei baciato la pelle di Irene, che non avrei sentito la sua saliva perdersi nella mia bocca. Prima di levarle quei vestiti di dosso avrei dovuto darle delle spiegazioni. Non ridevamo più, la leggerezza dei primi mesi era andata chissà dove, a rincorrere altri sogni e altre disperazioni. Era l’ora delle carte da decifrare, delle interpretazioni, per dare un senso a tutto quel tempo speso insieme.

Quando esce dal bagno sono seduto sul bordo del letto, con le scarpe ancora ai piedi. È bella e nella penombra della stanza mi sembra addirittura bellissima. I suoi capelli scuri lasciano filtrare appena la luce del bagno e in controluce noto i suoi fianchi niente male, nonostante non abbia più vent’anni.

Mi si siede accanto e grazie al vento che scavalca la finestra riesco a sentire il suo profumo delicato arrivare a un passo dal mio naso. Ci guardiamo negli occhi complici pur sapendo che quella stanza non dovrebbe essere per noi, mentre sorridiamo senza alcun pudore all’idea di un ultimo amore.

“E allora?” mi chiede, senza nemmeno baciarmi.

Mi vennero in mente tutte le volte che l’avevo cercata di nascosto, chiuso in bagno, seduto sul cesso a tirare lo sciacquone, nella speranza che il rumore dell’acqua coprisse il bip bip del mio cellulare. E più ci pensavo e più avvertivo la mia lingua andare in tilt, incollarsi sul palato con una forza spaventosa. Cerco di pensare rapidamente a come cambiare una parola, l’inizio di una frase, per far scivolare una consonante su una vocale. Non voglio che veda il mio viso riempirsi di smorfie, mentre inciampo su quello che avrei volute dirle. E così, dalla mia bocca, esplode all’improvviso un: “Allora va bene”. Mentre avrei voluto dire: “Che vuoi che ti dica? Certe cose sono complicate da spiegare”, ma si dà il caso che una vocale, all’inizio di una frase, sia molto più morbida di una consonante. Così ti fai andare bene anche le cose che non avresti voluto dire.

“Va bene?” mi chiede stupita, quasi arrabbiata.

“In parte”, ma avrei volute dirle: “Non va bene affatto. È stato come uccidere la mia memoria in un colpo solo, e la cosa più assurda è che non potevo prendermela con nessuno: ero io il killer. Non so se hai capito cosa voglio dire. Voglio dire che mi è dispiaciuto per i suoi occhi, per la sua bocca che tremava cercando di tirar fuori qualche maledizione. Mi ha dato del pezzo di merda, del farabutto, del porco. E be’, alla fine mi ha anche detto che ce l’ho sempre avuto troppo piccolo per farla godere sul serio, ma questa è davvero un’altra storia. So che l’ha detto solo per ferirmi, ma vuoi sapere qual è la cosa buffa? La cosa buffa è che mi ha ferito davvero”.

Quello che le dicevo contro quello che avrei voluto dirle: una guerra bella e buona del mio cuore contro la mia lingua. Una rincorsa frenetica alle idee, alle soluzioni, ai compromessi scanditi dal ritmo sincopato della mia lingua sul mio palato. E per ogni colpo che dava contro i denti, scambiavo una consonate per una vocale, sperando che la parola che usciva dalla mia bocca fosse più dolce di quella che mi restava dentro.

“Che vuol dire ‘in parte’? Nick…” mi disse “… io non ne posso più. Questo tira e molla mi logora il cuore. L’hai lasciata? Le hai detto tutto?”.

Alla fine c’è sempre un momento in cui si arriva a un bivio, un momento talmente cruciale da sentire il fuoco sotto il culo, perché si dà il caso che alla sua domanda si potevano dare soltanto due risposte secche, tutto il resto sarebbe stato comunque un girarci intorno. Due sole risposte, e tutte e due iniziavano per una consonante.

“Gliel’hai detto? Si o no?” aggiunse.

Il suo aspetto era stranamente rilassato. Mi guardava dal bordo del letto, con i piedi perfettamente poggiati sul pavimento. Giusto i suoi occhi tradivano qualche emozione, ma ci sapeva fare. Io guardavo fisso la finestra e contavo i salti a intermittenza dell’insegna al neon dell’albergo, che andavano e venivano proprio come le mie parole. Prima di dire qualcosa, qualunque cosa, presi una lunghissima boccata d’aria e poi, tutto d’un fiato, dissi: “In un certo senso sì”.

Fu come un fulmine a ciel sereno. Saltò giù dal letto e inchiodò i suoi tacchi sul pavimento. Iniziò a urlare dritto sul mio viso, lasciando l’insegna dell’albergo comparire e scomparire alle mie spalle, come un ballo malinconico per la fine di un amore. Puntava il suo indice sul mio cuore e più parlava e più spingeva quel dito sulla mia carne, contro la camicia, così forte da sentire la sua unghia segnare la mia pelle.

“Cazzo Nick, stammi bene a sentire: io ti mollo! Hai capito? Lo sapevo che sarebbe finita così. Ne ho abbastanza delle tue stranezze, di questo tuo modo di fare del cazzo. Di dire e non dire, di stare da questa e da quell’altra parte. Cos’è? Credi davvero che nella vita si possa stare per sempre in bilico, eternamente appesi? Tira fuori i coglioni, Nick! Prendi una posizione! Per una volta mi piacerebbe sentirti dire qualcosa di forte, deciso, secco. Ma è chiaro che io e te non parliamo la stessa lingua!”.

“Ascolta…” dissi.

“Non me ne frega un cazzo. Da adesso in avanti sono affari tuoi, arrangiati. Anzi, sai che ti dico? Per quanto mi riguarda puoi affogarci dentro la tua indecisione. Hai capito?”.

“Ascolta… ascolta… ascolta…” dissi, come un’elemosina.

Ma non ci fu tanto altro da dire, benché a me comunque non uscisse nulla. Irene mi diede le spalle, raccolse la sua roba e sparì nel lungo corridoio dell’Hotel Bologna, oltre la stanza 52 del terzo piano. La nostra stanza.

Le guardai giusto il culo muoversi di qua a di là, al ritmo duro di una marcia militare, scandito perfettamente dai suoi passi arrabbiati. E più lo guardavo e più mi chiedevo da quale parte stava la mia lingua: con me o contro di me? Questo eterno balbettare aveva scambiato le mie emozioni, confondendole e ricoprendole di polvere. Grazie a una lingua che non ne voleva sapere di muoversi, in una sera avevo perso tutto quello che avrei voluto avere.

Restai sul letto dell’Hotel per un tempo imprecisato, a pensare a me, a come diavolo ricominciare, mentre con l’indice della mano sinistra battevo sul copriletto di ciniglia, cercando di rifare il ritmo di Luna di marmellata, la nostra canzone. Poi all’improvviso tirai fuori il cellulare e rilessi quello che avevo scritto a mia moglie, poco prima che Irene entrasse nella stanza: “Stasera ho una riunione noiosissima, ma se dura poco vuol dire che ti amo”.

Bruno Puntura

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Commenti

4 Responses a “Se dura poco vuol dire che ti amo”

  1. S_ su 2nd Marzo, 2010 15:18

    D’impatto mi verrebbe da esclamare: “Ecco un esempio della tipica indecisione e vigliaccheria degli uomini”.
    In realtà siamo tutti vittime e carnefici, sospesi tra aspettative non corrisposte e voglia di vivere liberamente ciò che ci desta nuove emozioni.L’incomprensione sembra regnare sovrana,tra parole non dette ed altre fraintese…l’unica reale comunicazione
    resta negli occhi.

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  2. Fabio su 2nd Marzo, 2010 18:54

    Era da tanto che non ti leggevo vecchio amico ed è come ritrovarti, ancora lì seduti con una birra in mano e quattro cazzate per compagnia. Sono momenti che sono trascorsi, ma che rileggendoti riaffiorano al presente. Oggi sei lontano, ma con quello che hai scritto sei ritoranto. Un abbraccio vecchio amico per sempre.

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  3. SEBA su 3rd Marzo, 2010 11:47

    grande bru anche io concordo con Fabio leggendo questo racconto mi venivano in mente tutti i nostri discorsi i nostri dubbi(quante serate eh?) e tu sei riuscito ad inglobarli perfettamente.Un abbraccio amico Bru.

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  4. alessia su 6th Marzo, 2010 22:25

    grande bruno, grande. ma chi sei? :) bellissimo. poi il finale m’ha sorpreso divertito inorridito. bello assai.

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