Senza cravatta

Postato il 16 Febbraio , 2010
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Antonio Berni non era più un ragazzo. Sotto giacca e maglione indossava immancabilmente la cravatta. Spesso neppure intonata con il resto dell’abbigliamento. Proprio perché non era più un ragazzo. Se un giorno Antonio Berni avesse osato arrivare in ufficio senza la cravatta tutti i suoi colleghi avrebbero sentito fin sulle scale dell’ufficio l’urlo della madre – Sei uscito senza cravatta!- .

Questo successe solo una volta, naturalmente. E neppure per far torto alla madre. Lei sarebbe anche potuta morire e Antonio Berni rimanere orfano, ma l’uomo che non era più un ragazzo non avrebbe saputo come vestirsi o come comportarsi, senza cravatta.

Il giorno che fece il gran passo era metà novembre. E non se ne accorse nessuno.

La madre era a letto indisposta. Il padre trafficava in giardino. Abitavano in una vecchia via del quartiere di Porta Sant’angelo. Nella parte posteriore della casa c’era un giardino con accesso diretto alla sala da pranzo. La particolarità era tutto nel fatto che sia la sala da pranzo sia il giardino si trovavano in un piano rialzati rispetto al livello stradale. Misteri di Perugia, città adagiata sopra un colle ed edificata su più livelli. Insieme a loro abitava anche una vecchia zia, sorella della madre, che però era già uscita.

Antonio Berni uscì senza cravatta e non tornò a pranzo. Al suo posto bussò una ragazza minuta. Olena, ucraina di venticinque anni, già divorziata nel suo paese e che viveva a Perugia con il fratello.

Olena chiese di Antonio. La madre rispose che Antonio non era in casa ma poteva accomodarsi ad aspettarlo se voleva. Prima o poi sarebbe arrivato. La ragazza accettò. Era una fredda giornata di novembre e Olena, che non era neppure vestita tanto bene, accettò volentieri.

La ragazza fu fatta accomodare nella sala. C’era una vetrinetta con liquori e bicchieri, il mobile con il televisore, un tavolo, quattro sedie e un divano letto.

Era vero che Antonio dormiva nel divano letto? Chiese Olena.

Questa fu una delle pochissime volte in cui la ragazza aprì bocca. La madre rispose affermativamente. Olena, allora, chiese il permesso di sedersi sul divano letto. Il permesso le venne accordato.

Antonio non arrivava e tutto era pronto per il pranzo. La madre chiese ad Olena di fermarsi con loro a mangiare, tanto Antonio, prima o poi, sarebbe arrivato. Non tardava mai.

Pranzarono  in quattro. La madre e il padre di Antonio, la zia. E Olena. Cui fu assegnato un posto a capotavola. Antonio non arrivava.

Strano, disse la madre.

Strano, ripeterono tutti.

Olena teneva la testa bassa e taceva.

Il pranzo stava per terminare. La madre si rivolse alla ragazza – Ne sa qualcosa Olena? Sa se per caso Antonio avesse qualche importante appuntamento di lavoro? –

Olena alzò lo sguardo dal piatto e rispose che non lo sapeva. Poi lo riabbassò e disse con una vocina flebile – Non so niente, signora. Però voglio dire che se lui vuole fare amore con me, io qui-

I genitori e la zia fecero finta di non aver udito.

Antonio non tornò quel giorno, e il giorno seguente. Il terzo giorno i familiari si decisero a denunciare la scomparsa alla polizia. Poi si rivolsero ai giornali. Diffusero le fotografie di Antonio. Erano tutte uguali. Lui ben pettinato, giacca, cravatta e maglioncino.

Appesero le foto di Antonio in vari punti della città. Nelle stazioni ferroviarie e quelle del minimetrò, alle fermate degli autobus, vicino alle locandine dei cinema, ai manifesti funebri, sui pali della luce, vicino alle edicole dei giornali.

La foto era accompagnata dall’appello della famiglia, il numero di telefono a cui rivolgersi, la promessa di una ricompensa.

Solo allora si ricordarono di Olena.

Padre, madre e zia rifecero il giro della città. Sotto la foto di Antonio aggiunsero l’appello per Olena, ragazza ucraina di circa venticinque anni che viveva a Perugia insieme al fratello. Che si mettesse immediatamente in contatto con la famiglia. Lauta ricompensa anche per lei.

Nei giorni seguenti ricevettero almeno un ventina di telefonate di Olena, ragazza ucraina, che viveva a Perugia con il fratello. Cambiava solo il nome del fratello: Ivan, Igor, Andriy, Taras, Ruslan. Ma nessuna era la vera Olena.

Novembre passò veloce e Dicembre era agli sgoccioli. In prossimità del Natale la famiglia di Antonio ricevette la grande notizia. Avrebbero partecipato al programma “Chi l’ha visto”.

L’abitazione dei Berni in Porta Sant’Angelo fu adattata a studio televisivo, collegata direttamente con la presentatrice della trasmissione. Prima mandarono un filmato che ricostruiva l’ultima giornata di Antonio. Ovvero la sera prima che uscisse da casa senza cravatta mentre la madre era a letto indisposta e il padre trafficava in giardino. Poi le interviste. Dissero che Antonio era un ragazzo felice e ammodo. Che non aveva grilli per la testa e portava sempre la cravatta. D’altronde veniva da una famiglia modesta ma piena di dignità e valori. Entrambi i genitori insegnavano al Liceo, la zia era “spiritualità, carità e servizio” un membro della delegazione perugina dei cavalieri di Malta.

E con le ragazze? Chiese la presentatrice.

Anche con le ragazze, rispose la madre, usciva poco e non era di quelli che prendevano in giro le ragazze o facevano l’alba in discoteca. E poi indossava sempre la cravatta, mica come certi giovani d’oggi.

Quindi vostro figlio non vi ha fatto mai conoscere una ragazza? Chiese la presentatrice.

No, risposero ancor più decisamente i genitori.

Però, mi avete detto che una ragazza l’avete conosciuta, una certa Olena. Perché non raccontate com’è andata?

La madre raccontò di Olena. Insegnava italiano al liceo e, con il tempo, aveva affinato uno sguardo preciso. La descrisse. Alta un metro e sessanta, mora, l’aspetto dimesso e quella specie di luce nei suoi occhi.

Che tipo di luce, si spieghi. Domandò la presentatrice.

Come se, come se…la donna si girò più volte verso il marito e la sorella. Non sapeva che dire. La cosa più onesta sarebbe stata dire che era disposta a portare a letto il suo Antonio. Forse c’era già riuscita.

Come se, come se… avesse un forte potere su di lui. Sul mio Antonio. Disse infine la donna.

Quindi lei non escluderebbe una relazione tra la scomparsa di Antonio e la comparsa di Olena?

No, rispose la madre. Una relazione no. Cioè, non nel senso di una relazione tra i due. Ma sono sicura che una relazione c’è. E, dopo un lunga pausa, aggiunse. Non so quale sia.

Nonostante il tamtam della televisione, nonostante l’impegno dell’ordine dei cavalieri di Malta e degli ex allievi della coppia non arrivò nessuna segnalazione né di Olena né di Antonio.

E venne Natale. Un Natale triste. Durante la preparazione dei cappelletti le due sorelle piansero così tanto da bagnare il piano dove veniva tirata la pasta sfoglia. Alla messa di mezzanotte andò anche peggio. Nessuno della famiglia se la sentì di far parte del coro. L’attesa l’aveva così prostrata che la madre era soggetta a frequenti svenimenti. Il parroco di San Fortunato fece una predica affermando che per ogni nascita la madre dev’essere pronta a sacrificare il proprio figlio se è questa la volontà di nostro Signore. O almeno così la madre sembrò intendere. Stette lì lì per cadere svenuta sul banco in seconda fila. E battere la fronte sulla targhetta in ottone: famiglia Berni.

Quando bussarono nel giorno di Natale tutti e tre i componenti della famiglia scattarono verso la porta. Il cuore in gola. Credevano fosse Antonio, il figliol prodigo, come nella parabola. Invece era Olena. Che, allo stesso modo della volta precedente, chiese se Antonio era in casa.

La madre svenne sulla porta. La zia per non essere da meno svenne sul corridoio. Il padre non ebbe altra possibilità che far accomodare Olena in casa e chiederle una mano per soccorrere le due svenute.

Olena e il padre presero prima una e dopo l’altra e le stesero sopra il letto matrimoniale. Olena dimostrò tutte le sue competenze di infermiera diplomata in Ucraina. Sollevò le gambe, schiaffeggiò le due donne. Mentre le sorelle si riprendevano definitivamente raggiunse la cucina, controllò l’arrosto, lo sformato di spinaci e le patate, fece bollire l’acqua, portò a cottura i cappelletti.

Corse in camera. Aiutò madre e zia a sedersi poi, con la zuppiera in mano fece il suo ingresso in sala. Servì prima le indisposte e poi il padre. Chiese se volevano più brodo o più asciutto, se doveva aggiungere il parmigiano. Riempì il bicchiere dell’acqua e quello del vino.

Solo allora sedette insieme agli altri. Congiunse le mani e pregò ringraziando il Signore per il pranzo natalizio. Mangiò in silenzio pensando ad Antonio.

I cappelletti sapevano di lacrime amare ma erano caldi, andavano giù bene e riscaldavano lo stomaco. Cucchiaio dopo cucchiaio le due rinvenute presero colore. Chissà dov’era Antonio. Chissà se sentiva freddo. Non era più un ragazzo. Un uomo che non era più un ragazzo. Un figlio che non era più un ragazzo. Solo nel grande mondo, il giorno di Natale. Senza cravatta. E anche lo sguardo di Olena si animò. Sembrava dire non fatemi domande. Ma se proprio volete farle risponderò.

Olena si alzò a ritirare i piatti uno per uno. Riapparve in sala con il lesso e lo sformato di spinaci.

La madre di Antonio si era ripresa completamente. Cominciò ad osservare Olena con attenzione. Si accorse che Olena era molto cambiata dall’ultima volta. Anzi, se non l’avesse osservata così attentamente, pensata così intensamente non l’avrebbe neppure riconosciuta. 

In quel momento, un po’ per le occhiate della signora Berni, un po’ per la stanchezza, Olena cambiò colore e lasciò cadere la forchetta. Allontanò il piatto da sé. Si portò la mano alla bocca. Chiese compermesso e corse al bagno.

Tornò che aveva ripreso colore. La madre di Antonio non le staccava più gli occhi di dosso.

-Ma lei, tu, Olena intendo dire, insomma, figlia mia, mi sbaglio o tu sei? –

-Sì, mamma-

-E pensi che sia per questo?-

-Non so niente, signora. Però voglio dire che se Antonio vuole ancora fare amore con me, io qui-

L’intenzione di Olena era di alzarsi e di abbracciare la madre di Antonio. Ma si sentiva così stanca, così emozionata che le gambe le diventarono improvvisamente di piombo. E anche la fronte. Le mani e il tavolo.

Tutto grigio come il piombo. Solo piombo. E poi nero.

 

Pierluigi Brunori

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Commenti

13 Responses a “Senza cravatta”

  1. antonella su 17th Febbraio, 2010 18:37

    Pierluigi ma lo sai che sei bravo!

    descrivi con rispetto, leggerennza ma non supeficilità, direi con rispetto verso i uoi personaggi e e senza giudicarli .
    ( Ma Antonio poi torna??? )
    Baci Anto

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  2. margherita su 23rd Febbraio, 2010 22:51

    Entrare nella storia per il lettore e non voler uscire è un buon metodo per decretare un successo?
    Ho riconosciuto cose, fatti paesaggi vicini al vero e così diversi, contemporanei e fuori dal tempo.
    La prosa è asciutta nel dare risalto ai personaggi. Mi interessa il finale bravo!!! ti chiamo

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  3. Stefania su 25th Febbraio, 2010 10:57

    E’ bello rileggerti di nuovo dopo tanto tempo. E’ bello scoprire che sei cresciuto. Ma in quel crescere ho avuto il piacere di ritrovare l’amico di un tempo, che riusciva ad emozionarmi con le sue parole scarabocchiate e corrette.
    E come al solito, ti rimane un pò d’amaro in bocca.
    Un bacio
    Stefania

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  4. Sonia su 25th Febbraio, 2010 12:21

    Bravo! Bel racconto, particolare atmosfera. Conoscendoti ti immagino scrivere e sorridere ironica per la situazione imbarazzante e grottesca che si sta venendo a creare.
    Bel cammeo di una Perugia contemporanea.
    Complimenti Sonia

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  5. Anna Maria su 25th Febbraio, 2010 12:32

    Bravo!
    La storia scorre veloce, i personaggi sono descritti così bene che sembra quasi di essere ai margini del racconto. Continua così (ma Antonio ritorna?).

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  6. Alessandro su 26th Febbraio, 2010 10:04

    Un brano che fa riflettere, con una cadenza ben delineata, che delinea una storia intima, amara ma profondamente carica di umanità.
    Come sempre è un piacere.
    A presto.

    Alessandro

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  7. Susanna Sulis su 1st Marzo, 2010 15:01

    In questo scorcio di racconto intimistico e narrativo, mi è sembrato di riconoscere dei personaggi che nelle mie visite annuali perugine, ho incontrato più volte. Ironico ed autobiografico (forse…) quanto basta per amarlo ed apprezzarlo e per l’atmosfera quasi familiare.
    Susanna S.

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  8. Anna R. su 3rd Marzo, 2010 11:03

    La cravatta…un peso al collo…lo spartiacque fra ciò che siamo quando recitiamo a soggetto nei nostri ruoli quotidiani e quello che siamo veramente, il volto vero della nostra anima. Il racconto mostra come il cambiar vita, il dare un taglio netto al passato…alla cracvatta…può essere traumatico e doloroso.
    Il tutto raccontato con una rispettosa rapidità e linearità nel susseguirsi delle vicende, che sembra sfociare in uno stoicismo evidente, ma che in realtà pone in giusto rilievo i sentimenti e le emozioni dei personaggi.
    Questo è quello che ho recepito leggendo il racconto, anche se non so se è ciò che avresti voluto trasmettere tu. Penso che sia importante che una storia trasferisca emozioni, poi il lettore lo interpreta come vuole.
    Adesso voglio sapere però dov’è finito Antonio!:)

    Anna R.

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  9. Patrizia D. su 3rd Marzo, 2010 16:10

    Bravo, sei una sorpresa! Io ti conosco solo con la cravatta, messa magari un po’ di sghimbescio.. il che mi faceva intuire un’altro Antonio…
    Hai uno stile asciutto e cadenzato che si lascia leggere e tiene il fiato sospeso quasi come in un giallo..Ma sto’ Antonio poi dove è andato a finire???
    Patrizia D:

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  10. riccardo(barcollando) su 11th Marzo, 2010 00:43

    credo che antonio abbia fatto bene a tovare il coraggio di darsela a gambe.

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  11. Roberta su 14th Aprile, 2010 18:06

    Ottimo! Per me anche divertente (le zie che cadono svenute mi fa sorridere).
    Il finale arriva a sorpresa … come in fondo deve essere un finale a sorpresa.
    E poi i cappelletti in brodo: sembra di sentirne l’odore.
    A quando il prossimo racconto?
    Roberta

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  12. morena su 29th Maggio, 2010 08:33

    Cosa sarà mai successo ad Antonio ?
    E’fuggito da una vita grigia?

    L’uomo torna ragazzo ,liberandosi della cravatta, e con lei , le responsabilità di adulto?

    Vigliacco o idealista e sognatore ?
    Oppure vittima di un mortale destino ?

    Al lettor l’ardua sentenza….
    Sinceri complimenti all’autore che descrive con velata ironia l’intimità di (comunque lo si interpreti…) un dramma…

    Rilascio di attestato di revisione positivo.
    Morena S.
    revisore del Nord

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  13. morena su 29th Maggio, 2010 08:44

    L’attestato prevede 5 stelle….
    Ci ripro

    Morena S.

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