Il barbone e lo zircone

Postato il 19 Gennaio , 2010
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Amure mio, a vita è n’estate lassa stari i corvi lassù
ca non c’è Dio ma c’è un cantu di streghe e n’tu lettu c’è un diamante che ho nascosto e
u poi pigghiari sulu tu
(La strega e il diamante, Alessandro Mannarino)

Gigi Cuomo non è più lo stesso. Da due anni. Il 4 settembre 2007, martedì, Sabani è morto.
– Ci chiamavamo pure uguale, “Gigi”.
Pensa che OK, il prezzo è giusto! sia stato indubbiamente il miglior programma italiano, dalla nascita della televisione.
Riflette su questo, mentre percorre la Tiburtina. Cerca, in realtà, di scacciare un altro pensiero: che quello stesso martedì del 2007 Cinzia l’ha lasciato.
– Cinzia, cazzo… Mi faceva sentire un uomo, meglio di quando vincevo al Dopolavoro di papà.
Figlio di un ferroviere, Gigi Cuomo era partito da Afragola all’apice della fama, dopo aver sconfitto Tonino D’Angelo al torneo di bridge e Ciro Fusco a quello di biliardo. Nella capitale, non è riuscito ad andare oltre il grado di appuntato.
– Questa città è senza cuore – si era ripetuto più volte, fino all’incontro con la “fata de Tor Pignattara”.
Cinzia abitava in un bilocale a via dei Savorgnan. Lui ogni sera passava a trovarla, si faceva una doccia, si infilava le ciabatte che lei gli aveva regalato e restava qualche minuto così, nudo sul divano, mentre la sua donna gli passava tra i capelli le mani impastate di brillantina.
Quando Cinzia sentenziava: – Abbiamo finito, usciamo – si preparavano alla passeggiata nel quartiere e, nelle occasioni speciali, alla cena da “Betto e Mary”.
Ricorda questo, in realtà, mentre imbocca via Marsala. Da due anni, ha chiuso con la brillantina. L’unica donna che ha mostrato comunque un interesse per lui, Ivana, semplicemente non è Cinzia. Tutto qui, discorso risolto.
– Pitufo! – sente urlare da una sagoma di mendicante che percorre a piedi il sottopassaggio Pettinelli. “Pitufo” è il nome che gli ha affibbiato il Barbone.
– In spagnolo significa “puffo”. In Spagna li chiamano così, i poliziotti, per via della divisa blu – gli aveva spiegato un giorno il vagabondo. Gigi Cuomo aveva cercato di spiegargli, a sua volta, la differenza tra Polizia e Carabinieri. Il Barbone, per tutta risposta, gli aveva raccontato la storia della sua vita:
– Vengo da Castelnuovo.
– Cioè, abitavi nel Maschio Angioino?
Il Barbone non capiva di che parlasse il Pitufo, forse di un uomo francese.
– Vengo da Castelnuovo di Cattaro, nel Montenegro.
Il Pitufo non capiva di che parlasse il Barbone, forse di un amaro bolognese.
Diventarono amici.
Gigi gli fa cenno con la mano, accosta più avanti, all’angolo con via Giolitti.
– Tutto bene? – gli domanda dal finestrino, appena quello lo raggiunge.
Su una panchina a piazza Vittorio, l’appuntato Cuomo si chiede se il suo amico sia ubriaco. Non odora di alcol, ma si esprime in quel suo modo strascicato, tra intonazione slava, prestiti spagnoli (“pitufo” non è l’unico indizio delle sue peregrinazioni) e parlata romanesca. Fa un discorso confuso:
– Oggi Endora, la madre de Samantha, s’è proprio arrabbiata col genero… Non è il suo tipo, quello…
Gigi non ha idea di chi sia questa gente. Ma subito gli viene in mente Rosa, la madre di Cinzia. Crede che sia colpa di quella strega se lei l’ha lasciato.
– …per fortuna, è comparsa zia Clara, che ha cercato de mettere un po’ de pace. E alla fine è arrivata Tabatha, che è riuscita a far calmare la nonna.
– Ma di chi parli?!
Se Gigi Cuomo non si fosse limitato, negli anni Ottanta, alla carambola e a Sabani, o se almeno sapesse che alla mensa dei poveri, dopo pranzo, suor Maria proietta i suoi dvd, non avrebbe fatto una domanda così inutile.
– Ma come? Della strega!
Adesso pensa che sì, il Barbone dev’essere ubriaco.
– E a proposito de strega, ma t’ho detto der diamante?
Per Gigi Cuomo, i soli diamanti che contano sono quelli sulle sponde del biliardo. Fondamentali.
– Qualche notte fa, a Termini, io camminavo diritto. La donna che fa le carte m’ha chiamato. Era stesa a terra, con tutti i cartoni addosso, ché era una di quelle sere della settimana scorsa, che sembrava che era arrivato l’inverno. E io, insomma… mi sono steso vicino a lei e…
Il Barbone racconta, racconta. Gigi pensa, pensa. Due anni che non dorme con una donna. D’estate è più facile, si esce con gli amici scapoli, si fa tardi, e alla fine si può stare anche bene. Ma d’inverno diventa più dura. E l’inverno si avvicina.
–…e il giorno dopo me so’ tagliato con questa pietra trasparente che m’aveva dato, che aveva detto che era un diamante, ma che a me pareva de vetro. E insomma, m’è uscito pure il sangue… Comunque poi l’ho cercata, la cartomante…
L’ha cercata tanto, Cinzia, in quei due anni. Ma non basta avere la divisa, per trovare una donna.
Ora nel suo spagnolo, il Barbone continua a raccontare. Di sogni e strani animali.
– Guarda, un merlo! – grida all’improvviso.
Gigi fa un balzo in avanti, tornando dai suoi pensieri. Osserva l’uccello che fischia in equilibrio sull’angolo della panchina. Gli viene in mente un vecchio detto che gli ripeteva suo nonno: “Quando canta il merlo, siamo fuori dell’inverno”.
– Barbone, io adesso devo andare.
Saluta l’amico, con il solito cenno. Crede che a Ivana, uno zircone, le possa piacere.

Manuela Lo Prejato

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