Un elefante su per le scale
Postato il
30 Novembre , 2009
Filed Under Macchie |
Com’è che mi hanno chiamato? Palla di lardo. Beh, se non altro è una citazione colta, anche se dubito che quei due idioti abbiano visto Full Metal Jacket. Forse dovrei suggerirla al mio cardiologo, che stamattina per indicarmi ha adoperato un ben più scialbo grosso obeso. Per il fisioterapista invece sono un obeso patologico. Un obeso grave, per il chirurgo. Persona affetta da obesità di III grado, per il medico curante. L’unica definizione carina me l’ha data un giorno Giorgia, guardandomi come si osserva un orizzonte. Spazioso.
Eravamo seduti a un tavolino all’aperto di uno dei baretti di via Aniello Falcone, quelli da cui si vede tutto il golfo di Napoli. Era stata una giornata afosissima e solo da poche decine di minuti il sole cominciava a togliere il disturbo, tramontando dietro i palazzi più alti e lasciando il posto a un’aria leggermente più fresca. Giorgia mordicchiava lo spillone di legno con cui fino a pochi secondi prima aveva tenuto assieme i suoi capelli e osservava in silenzio la fila di macchine che affollava il lungomare sotto di noi.
- Tu credi in Dio? -, mi domandò all’improvviso, senza una particolare espressione, come se mi avesse chiesto cosa prendevo da bere.
Ci pensai un paio di secondi, poi risposi:
- Direi di no. Anzi, spero proprio che non ci sia. Sai tutta quella storia della resurrezione dei corpi? Beh, io col mio corpo non voglio più averci nulla a che fare. L’ho già sopportato fin troppo.
Giorgia poggiò i suoi occhi su di me e mi guardò a lungo, come se non l’avesse mai fatto davvero seriamente in tutto quel tempo.
- Che hai contro il tuo corpo? È comodo e spazioso. Hai tanta di quella roba che devi tenerci dentro…
Supero i due idioti sul muretto che ancora ridacchiano e continuo a camminare. I ritmi della città intorno mi fanno venire il mal di mare. Ecco la differenza maggiore che un obeso avverte rispetto ai normopeso: la velocità. Per un obeso è tutto più lento. È come essere immersi in un acquario e osservare le persone che stanno all’esterno: sembrano dei razzi, perché intorno non hanno una massa d’acqua che gli impedisce i movimenti.
Cammino rasente al muro per non intralciare il passo agli altri. Detesto quando li sento sbuffare dietro di me perché non riescono a passare, dato che riempio tutto il marciapiedi. “Riempio” è proprio la parola adatta: da quando Giorgia non c’è più, ho messo su ancora qualche altro chilo. E stranamente, come quando si è magri, quando si superano i 130, due o tre chili in più si fanno sentire. Il sacco è pieno, non c’è più equilibrio, e ogni minima aggiunta rischia di farti crollare, come un castello a cui hai cercato di aggiungere una carta di troppo. Le passeggiate diventano un pensiero traumatico e i tuoi giorni assomigliano sempre più al tentativo di spingere un elefante su per le scale.
- Un elefante su per le scale? Che espressione è?
- È una sensazione che ho spesso. Non saprei descriverla in altro modo.
Giorgia arricciò il naso e si aggiustò gli occhiali con l’indice. L’adoravo quando lo faceva. Poi gettò un rapido sguardo all’orologio e senza che avesse bisogno di aggiungere altro capii che era ora di andare.
Risalimmo in macchina e la riaccompagnai a casa, con l’autoradio accesa e i finestrini abbassati per far entrare quanta più aria fresca possibile. Giorgia teneva metà della testa fuori e cantava a squarciagola le canzoni della radio.
- A pensarci bene il bello di te è che viaggi sempre sulle mie frequenze, sei grande… “Sei grande”. Ecco, questa è proprio la frase giusta per te! -, disse, scoprendo i suoi denti piccoli e bianchissimi.
In quel momento, assieme a lei e ai suoi occhi chiari che mi guardavano sorridendo, pensai per la prima volta dopo tantissimo tempo che forse avrei potuto farcela. Che avrei potuto tornare ad avere una vita normale.
Rientro a casa e, appoggiandomi alla parete, faccio perno sulle punte sfilandomi i mocassini. Riuscire a piegarmi per raggiungere i lacci è diventata già da un bel po’ un’impresa troppo complicata. Nella mia scarpiera, ormai, c’è posto solo per pantofole e mocassini. Trascino i piedi fino alla cucina ed apro il frigorifero. In un piattino sul primo ripiano c’è del Roquefort tagliato a fette. Ne prendo un pezzo e lo porta alla bocca. Prima di chiudere lo sportello, la mia mano, come animata di volontà propria, ne afferra un altro pezzo. Apro lo sportello del pensile e afferro una pentola. La riempio d’acqua, la metto sul fornello e accendo la fiamma. Poi sfilo un piatto fondo, lo poggio sulla tavola e gli rovescio dentro metà pacco di pasta, mentre in una padella faccio soffriggere cipolla e pancetta. Riapro il frigo, spilluzzico qualche fettina di prosciutto cotto e intanto tiro fuori un vassoio su cui giacciono quattrocento grammi di filetto di maiale. Li metto subito a rosolare assieme a pistacchi e pinoli tritati. Nel girarmi verso la credenza, urto la bottiglia dell’olio e la faccio cadere per terra.
- Oh cazzo…
- Oh cazzo…
- Che c’è?
- Mia madre…
La madre di Giorgia era sotto al palazzo, le braccia incrociate al petto e fissava la strada. Accostammo. Giorgia spalancò subito la portiera e uscì dalla macchina. Sua madre le lanciò un’occhiata furiosa, l’afferrò per un braccio, ma poi rivolse la sua attenzione alla sagoma enorme che intravedeva al posto di guida. Si avvicinò al finestrino, mi guardò, mise a fuoco, mi vide. La sua prima espressione fu quasi di bambinesco stupore: sembrò che avesse visto l’unicorno, la chimera, il grifone o qualche altra bestia mitologica del genere. Poi la sua faccia s’infiammò e mi sibilò:
- Sa quanti anni ha Giorgia?
- Sta equivocando… Siamo amici. Noi due parliamo, per la sua età è una ragazza molto matura.
- Tredici.
Strappo un foglio di carta scottex per asciugare l’olio. Getto i tovaglioli per terra e pattino col piede. Mentre tento di tamponare quelle chiazze mi viene in mente una lezione di chimica di quand’ero a scuola. “Acqua e olio restano separati e non si mischiano, perché hanno un peso diverso”.
Poi lascio che i fogli continuino ad assorbire l’unto e vado di nuovo verso il frigo.
Armando Festa
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5 Responses a “Un elefante su per le scale”
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Il bello della letteratura è che uno scrittore può vestire i panni di un BRUTTO GRASSO NAPOLETANO CUOCO senza essere un GRASSO NAPOLETANO CUOCO. 6 grande!
E’fantastico chè bell’ìdea!
Teresa
Bravo Armando!
volevo solo dirti che se stai pensando d mettere su qualche chilo ti avviso che, in base alla tua statura,potresti anche prendere le sembianze d una palla…ma 6 davvero bravo: il tuo modo d scrivere è frutto d rara cultura,attenta osservazione,ancor più rara sensibilità.Grazie.ti voglio bene.
Ho abbinato la lettura del racconto all’ascolto in sottofondo di cool jazz. Risultato: eccellente!