Francesca
Postato il
26 Luglio , 2009
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Quando Francesca, tra lo scrosciare delle ciabatte, affacciò col suo vestitino da casa a fiori colorati, il sole alto del primo pomeriggio gettava sul cemento scrostato e le erbacce della piazzuola un’arsura terribile. Il cane continuava ad abbaiare tentando di vincere la forza della catena che ripetutamente lo trascinava indietro.
“Ah, ma la finisci di abbaiare? Che tieni?”
L’animale si sedette e, con la lingua fuori, iniziò a guaire guardandola. Ma durò poco la calma: manco un minuto dopo ricominciò a fare tale e quale a prima. Cosa avesse poi da abbaiare tanto contro Attilio, seduto di fronte a lui con alle spalle l’intera vallata, non era proprio dato capire.
“Eh, Francè; sto cane non ti sta a sentire per niente - gridò l’uomo mentre col coltello cercava di incidere una strana forma su un pezzo di legno - lo dovevi imparare bene, con le botte” concluse mentre, con l’arnese che aveva in mano, mimava alcuni gesti atti a rendere più efficaci le parole.
“No, che dici Attì; solo oggi fa così e non capisco perché”.
“Eh, sai com’è: anche lui ha le sue voglie… Stare alla catena non gli piace per niente. Vuole andare a trovarsi una canicella“.
Capì subito la ragazza; voltò lo sguardo intorno per scorgere qualche eventuale cristiano che a quell’ora e con quel caldo avesse tanto da fare da rinunciare persino alla dormitella pomeridiana, fece cenno ad Attilio di salire in casa.
Da quando era morto il padre e la madre si era ammalata, Francesca aveva iniziato a ricevere uomini. Doveva pure, in qualche modo, provvedere alla casa, alla madre ormai demente e, la si perdoni, anche a sé stessa. Riusciva, con questo, a guadagnare il giusto per vivere e, qualche volta, dei regali extra: un prosciutto o delle mozzarelle appena fatte, qualche litro d’olio, dei peperoni o una cassetta di pomodori . La mattina, poi, la si vedeva spesso - coi capelli arrotolati sulla nuca e i vestitini stretti al punto da lasciare all’immaginazione solo lo spazio per toglierli - sul balcone a stendere enormi distese di stoffa con qualcuno da giù che la stava a guardare estasiato, in attesa soltanto di cedere alla tentazione ed entrare in casa.
Manco il tempo di arrivare nella camera da letto, Attilio prese di colpo a baciarla sul collo; la appoggiò al muro mentre con una mano palpava i seni abbondanti.
“Che fai? Aspetta ché ci vede mia madre!” disse la ragazza tentando di divincolarsi.
“Ma no; che ci deve vedere? Quella ormai non capisce più niente”.
Il sole stava già iniziando a calare ma la canicola, con il suo cielo azzurro e la terra secca contornata dal mare, ancora si stendeva fuori dalla finestra in tutta la sua immensa immobilità e la faccia di Attilio sembrava di vetro, tanto luccicava.
Si rividero il giorno dopo e poi quello dopo ancora. Un volta addirittura andò a trovarla tre volte nella stessa giornata. La madre capì tutto in anticipo, fin quasi dal primo giorno.
“Qua le cose, secondo me, non vanno bene per niente; cosa fa tuo marito sempre fuori di casa? In giro non lo vede nessuno”.
Non si accorse di nulla, invece, la moglie.
“Eh che dici, mà. Quello d’estate lo sai che gli viene la pazzeria. E poi che deve fare, scemo com’è?”
“Mah, secondo me quello è più sperto di quanto lo crediamo …”
Andò avanti ancora per diverse settimane, la tresca, senza che nessuno se ne accorgesse e, se all’inizio poteva sembrare solo il frutto di una forte attrazione fisica, ben presto si trasformò in una botta alla testa: Attilio iniziò a pensare di abbandonare la moglie e mettersi con Francesca.
“Francè, io lo faccio davvero. Non le voglio più vedere quelle vipere”.
” Attì, ma stai dicendo davvero? Tu stai uscendo pazzo secondo me. Lasci tua moglie e tua madre per prenderti una zoccola e una vecchia malata?”
“Non me ne frega niente, io voglio stare con te.”
E difatti non passò molto tempo prima che Attilio fece il passo decisivo. In lacrime di fronte alla madre e alla moglie, seduto ad un tavolo ovale con un piatto di pasta al forno sotto la faccia, annunciò le sue pazzerìe. Per un momento si udì solo il rumore del ventilatore di metallo.
“Ti sei completamente rincoglionito, un malato di capo!” disse la madre alzandosi in piedi e rovesciando il suo bicchiere d’acqua. La moglie scoppiò in un pianto patetico piegandosi con la faccia tra le mani a mostrare solo i capelli nerissimi: pareva un corvo.
“Mi avete cacato il cazzo, tutt’e due. Sempre che mi dite quello che devo fare. Pure questa qua, che adesso piange, questa puttana, tu l’hai voluta; non è che l’ho voluta io. Adesso faccio quello che voglio. Tieniti lei come figlia; dato che ti piace tanto”
“Ormai non ragiona più - riprese la vecchia rivolgendosi alla nuova figlia - è completamente pazzo. E con una zoccola poi! Una che ci sono stati pure i cani e i porci. E dice a te che sei una puttana. è uscito pazzo, pazzo”.
La situazione riuscì a mantenersi intatta ancora per un po’ di tempo. Attilio continuò a vedere Francesca come aveva fatto finora in attesa di esaudire definitivamente i suoi propositi. In casa alle tradite non rivolgeva nemmeno la parola. E neanche loro facevano granché per recuperare il rincoglionito. Passavano le giornate ad arrabattarsi in parole e ingiurie, a sputare veleno sul pazzo, sulla zoccola che l’aveva raggirato e sulla demente non poi così demente, artefice di tutto, che stava in casa con lei.
Anche se ancora non le aveva raccontato nulla, la ragazza intuì presto quanto fosse accaduto. Adesso passava da lei intere giornate ed alcune volte si fermava pure la notte. Le donava denaro a palate e regali in continuazione. Le impediva, questo già da un po’ veramente, di ricevere altri uomini: era gelosissimo.
Ma le donne, soprattutto la madre, facevano machinìare il cervello di continuo e il veleno non volevano che gli rendesse solo amara la bocca: volevano anche farlo funzionare.
Fu dopo pochi giorni che, passando davanti casa sua, videro Francesca piegata a riempire di qualche tozzo di pane bagnato e grasso di carne le ciotole dei gatti. Ne raccoglieva diversi, quasi tutti randagi, e, quando usciva di casa, venivano da lei un po’ alla volta, come se si passassero la parola. Anche lei vide le due donne e provò dispiacere,senso di colpa quasi. Da sempre era incapace di odiare; amava gli esseri umani per quello che erano: non esistevano buoni o cattivi, eroi e mediocri; solo gli uomini con la loro religiosità vitalistica e naturale. Persino il suo Gesù altri non era che un bambino scuro e sporco in braccio ad una donna coi capelli lunghi sul volto ad offrirgli il seno per sfamarlo.
Si sedette sullo scranno di cemento davanti alla porta di casa facendo un sospiro e, tirandosi i riccioli con le mani, guardò prima verso il cielo poi di nuovo le donne.
Passeggiando piano e fingendo di conversare, queste le lanciarono uno sguardo terribile, carico di odio e disprezzo. D’un tratto si fermarono e smisero anche di parlare; la fissarono, terribilmente, per un momento, con la forte luce di mezzogiorno riflessa dal muro di pietra dietro le loro spalle. Un gatto, d’improvviso, saltò addosso alla ragazza e inizio a strofinarsi leccandola. Anche tutti gli altri si avvicinarono, come se volessero mostrarle affetto e ricordarle la loro vicinanza.
“Eh, se c’è una giustizia a questo mondo…” prese a dire la cornuta guardando la donna di fianco a lei come se stesse invocando Atena, la dea della sapienza.
“Attì, ma allora: per quanto deve andare avanti ’sta storia?” iniziò la madre con fare persuasivo una mattina; l’uomo stava per uscire di casa e lei, spiandolo dalla porta della sua camera, scorse gli occhi lucidi di lui che si guardava nello specchio.
“Per poco ancora; non ti preoccupare. Tra poco non mi vedete più” replicò l’uomo quasi girato di spalle.
“Ma allora sei proprio convinto? La ragione ancora non ti è tornata; sei uscito pazzo davvero?”
“Siete voi che siete pazze. Ancora non ve ne rendete conto. Mi avete rovinato la vita. Una vita sola c’ho e ve la siete presa voi due”.
Già da ragazzo, Attilio, era succube della madre; non che non le volesse bene, ma il loro era un rapporto strano: più di rispetto e reverenza, di paura in realtà, che non di amore e nemmeno di semplice affetto. Era un po’ come se la sua personalità fosse un’espressione di quella della donna. Una volta, quando aveva sì e no tredici anni, alla genitrice riferirono di un bacio scambiato con una coetanea figlia di un pecoraro e di una contemporanea palpata ai seni. Non ci vollero molte parole per agire sul senso di colpa del ragazzo e inibire qualche eventuale riavvicinamento.
Ma adesso Attilio era grande; e gli adulti, si sa, hanno la capa tosta. Non c’era niente da fare: aveva proprio perso la testa. Restava solo spaccargliela. Le due donne lo avevano ormai capito.
Una notte, accertata l’assenza di quegli invidiosi dei vicini, si recarono in camera dell’uomo. La luna si stagliava in tutto il suo fulgore fuori dalla finestra ad illuminare la collina rocciosa con la pineta e ad accompagnare i versi simili ad urli di alcuni gatti alle prese con i rituali scontri d’amore. La nuora corse a chiudere le persiane e i vetri riducendo la luce a placidi trattini sulle lenzuola. Iniziarono a legare al letto l’uomo, il quale si svegliò ed iniziò a sbraitare contro le donne. Ma per poco; capì subito che non era il caso. Si mise a piangere, come un bambino, convulsamente; sembrava posseduto. Tutte le streghe e i fantasmi che lo avevano ossessionato da piccolo ritornarono in quella stanza, quella notte. Un groppo sembrò formarsi nello stomaco e iniziò ad avvertire i battiti del cuore come dei chicchi di grandine che cadevano sul petto. Lo lasciarono legato così tutta quella notte e il giorno dopo fino al mattino seguente. Ogni tanto compariva la madre a recitare qualche monologo. La tortura psicologica fu così atroce da svuotare completamente l’uomo di sé stesso. Finalmente lo liberarono.
“Adesso tu - iniziò la madre carezzandogli la faccia - vai da quella puttana e la convinci a venire con te alle grotte dopo la fiumara, precisamente in quella dove teniamo i nostri maiali; lì troverai noi”.
Ormai era diventato mansueto come un cagnolino bastonato. Uscì di casa nel pomeriggio e si incamminò verso l’abitazione di Francesca. Il tragitto, di poche centinaia di metri, sembrò un pellegrinaggio chilometrico. Per strada si fermava spesso a guardare l’immenso serpeggiare delle colline gialle fino al mare sotto il sole cocente oppure i fichi d’india tra la parete rocciosa che si stendeva, enorme, sotto l’inferriata su cui era appoggiato o gli anziani cotti sotto la canicola vicino alla fontana seduti lì perennemente. Le case si susseguivano una dietro l’altra caoticamente, come fossero delle erbacce selvatiche, i vicoli correvano tra di essi, irregolari, simili a larve, col loro selciato di pietre e la gramigna che spuntava a caso. Sembrava un dedalo privo di qualsiasi costruzione razionale, un labirinto progettato da nessuno. Ma lui si ci muoveva come fosse la più lineare delle strade.
Quando giunse a destinazione era quasi l’ora del tramonto, affacciò alla finestra della cucina, posta a piano terra di fianco al portone, e trovò la ragazza seduta lì dentro, immobile a fissare il vuoto; appena lo riconobbe, corse ad aprirgli. Scacciò delle mosche che ruotavano fastidiose lì intorno e lo sollecitò ad entrare. Ma l’uomo si fermò sulla porta, non sarebbe mai più entrato in quella casa, e la invitò a seguirla: lei ubbidì fiduciosa. Per arrivare al luogo indicatogli prese un sentiero da dietro la casa che correva per il pendio ripido della collina tra le acacie, le ginestre spinose e gli stracciabraghe. Per strada incontrarono una vipera ma l’uomo le schiacciò subito la testa con una pietra. Iniziavano ad intravedersi le grotte, una grande vallata circondata da pareti rocciose tutte puntellate di buchi. Si diceva che queste cavità fossero degli insediamenti preistorici; i resti di una megalopoli ormai sconosciuta che chissà quante vite e quante morti avevano già visto. L’antro cui dovevano arrivare si trovava in basso, circondato dagli alberi e quasi poggiato sulla finissima e bianca sabbia del letto di un fiume che di acqua ne vedeva ben poca.
Trovarono le donne davanti al cancello che chiudeva i maiali. Il fetore era insopportabile. Francesca capì subito e sgranò gli occhi in uno sguardo terrorizzato; non ebbe nemmeno la forza di gridare. Le due donne la presero e la trascinarono dentro tra gli animali. Nemmeno loro, forse, ebbero idea di quante pugnalate le stessero dando. La nuora ad un certo punto prese la pala e iniziò a scavare. Seppellirono la donna lì: tra la merda dei porci.
Nessuno avrebbe mai saputo nulla di che fine fece quella povera prostituta. E che importanza vuoi che abbia in fondo; a chi interessa se una puttana di paese sparisce? “Chissà dove se n’è fuggita - dicevano i più - che vergogna, lasciare una madre in quello stato. Ma meglio così. Puttane rovinafamiglie ne abbiamo abbastanza”. La povera madre morì di disperazione dopo non molto tempo senza che avesse mai capito nulla di quanto stesse succedendo proprio sotto i suoi occhi.
Danilo Aprigliano
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