Mostar

Postato il 4 Giugno , 2009
Filed Under Macchie |

Di male mi restava solo una linea di paura, la paura di restare deluso dal regolare compiersi degli eventi che mi aspettavano.
La mia forza diminuiva mentre guidavo verso la piazza dove si sarebbero incontrati tutti gli almeno dieci anni di lontanza ed il loro peso; avvertivo chiaramente come i miei nervi stessero spendendo troppe energie, anche fisiche, mentre i minuti passavano sempre più in fretta.

Anni che non passavo per questa strada, e le ultime volte lo avevo fatto in modo così sbagliato, come a testa in giù… per questo non avevo mai maledetto l’assedio e la mia fuga.
Lei era la cosa migliore che mi aspettava, nonostante di nuovo ci fosse il sole, lo volevo ma non facevo nulla perché accadesse, per questo mi chiedevo quanto poco mi assomigliasse la mossa di scriverle così esplicitamente… rompere la distanza all’improvviso sarebbe stata una sorpresa per tutti.

Al centro della piazza.
Era presto ed ero arrivato per primo; la vita di quella piazza oggi sfregiata era animata da un centinaio di persone che procedevano come sfinite intorno a quello che ne rimaneva dopo la guerra, come per colmare fisicamente il vuoto lasciato dai bombardamenti.
Decisi di fermarmi e sedermi in quello che mi sembrava il punto più nascosto, un po’ per il naturale spirito di sopravvivenza cresciuto negli ultimi tempi, un po’ per osservare la gente senza essere visto:
I nuovi giovani erano pochi, nessun volto conosciuto, a tratti mi sentivo sfiorare da un’occhiata più decisa o curiosa, restava sempre molto il tempo che avevo trascorso tra quelle stradine e molte le persone che mi conoscevano.

Respiravo respiri profondi pensando a come questo giorno riuscisse a sorprendermi attraverso le cose più semplici; e pensavo al tempo, al suo prezzo.
Pensavo al tempo del mondo, così inesorabile, capace di realizzare in silenzio cose atroci di fronte ai nostri occhi ciechi; pensavo al mio tempo, il più veloce, e al tempo diviso tra due persone, l’unico tempo ad essere deciso dall’uomo.

Mi sarei potuto perdere in questi pensieri, ma un’inaspettata propensione per la praticità si presentò improvvisamente. La mano in tasca prese il telefono, primo tra i lussi sopravvissuti all’incubo, e partì la chiamata: ‘dove sei… io ci sono, sono arrivato, si’
Non dissi nulla di più, forse il mio nome all’inizio.

La sua voce era stata la prima cosa di lei in quel giorno di sole. Non fu una cosa semplice, normale o utile; non mi importava quello che mi aveva detto, appena chiusa la telefonata iniziai a pensarci, al suono, a quello che mi suggeriva la sua voce al di là delle parole, prima delle parole.
La voce era femminile e decisa, forse censurato un desiderio di lasciarsi scivolare in una nota più alta del dovuto, paura di chi ha tanto dentro ed è abituato a proteggerlo.
Non per questo la sua voce era meno bella.
Perché pensavo di sapere cosa nascondeva quel suono? Come potevo mettere me stesso tra la sua forma e la sua sostanza? La sostanza che mi teneva sveglio in quel giorno di sole era la stessa che più si nascondeva e più io la notavo, da sempre.

La sua mano fu la seconda cosa di lei in quel giorno di sole, e non fu vista ma solo sentita: avevo iniziato a  camminare diligentemente insieme al centinaio di persone, davvero senza convinzione, solo per non dare troppo nell’occhio con i miei pensieri…
A scoprirmi fu lei: camminava dietro di me, da quanto a questo punto non saprei dirlo, un’attimo forse, magari era al secondo giro della piazza, oppure poteva aver corso fino a lì ed essere appena arrivata… la sua mano destra mi spinse in avanti con la stessa rigida dolcezza già sentita, appoggiandosi alla mia nuca…

Allora mi girai ed il suo viso fu la terza cosa di lei in quel giorno di sole. Pensai al ponte di Mostar, avrei voluto saper piangere…
Da quel momento decisi che il tempo doveva appartenermi, ero tornato e sarei rimasto insieme a lei.

Nico Morino

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