Tre poesie.

Postato il 5 Maggio , 2009
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Le foto degli altri

C’era Norman, su piazza Vittorio,

con i suoi abiti usati

ma anche le tue mani dure

su una sottana anni ’50.

A chi ti avrebbe fatto somigliare?

a una donna da poco,

o a una ragazzina alle prime armi?

Ma era questo pensiero a consumarmi:

come dovevo apparire ai tuoi occhi?

Mai dolci eppure così pieni di vizi.

Ti avrei voluto parlare, dire della Posta,

di tutto quello sfarzo che avevo visto

tra una ringhiera e l’altra

tra cofani di auto che luccicavano

tra cani meravigliosi,

il cui pelo brillava più dei miei capelli

tra scarpe bellissime e donne profumate

e tutto quel sole che colpiva la mia testa

facendomi grondare di sudore

mentre consegnavo pacchi,

raccomandate, cartoline d’auguri e pensioni.

Ora provo una strana vergogna

per come sei tu, proprio come loro

e risento l’odore pungente

di un deodorante da quattro soldi

che inganna il mio naso.

Ma più di tutti erano i tuoi fianchi a fregarmi

e quel tuo modo insolito

di sorridere e dire sempre

quanto ti piacevo

quanto ti piacevano le mie storie

e quanto odiavi le tue mani da quarantenne

o le tue caviglie, invecchiate come una ballerina.

“Dove andiamo a finire quando capitiamo nelle foto degli altri?” dissi.

“Non ne ho idea”

“Nemmeno io, è che me lo stavo chiedendo”.

Ti dissi di dare un’occhiata davanti a noi

ai due ragazzi che scattavano come pazzi

puntandoci l’obiettivo contro

come fossimo una parte di Torino:

una colonna, un gradino della Gran Madre di Dio,

un tavolino della Drogheria, un binario del tram,

insomma, qualcosa da conservare con cura.

Come una minaccia

Di quest’estate ricordo i fichi maturi

che staccavamo da un albero senza ombra.

La mia gelosia

come il segno insicuro dell’infanzia

e per le strade nessuno a guardarci.

La sabbia attaccata alla pelle

e le dita appiccicate

che sapevano di pollo arrosto.

Il sole forte, che ci portavamo ovunque

come una carezza tra i capelli,

i tuoi giornali già sfogliati

e i libri, che si stavano consumando

ma anche le nostre colazioni;

le tue gambe, sempre più belle

che tagliavano l’aria mista

di spezie e di mosto.

Il vestito bianco

come una sottana strappata

per il tuo corpo troppo importante

da toccare come una cosa da poco

sopra scogli e pietre dure

che puntavano i miei piedi

come una minaccia.

Chiedi alla polvere

Nella testa ho un mucchio di scalini

una ringhiera alta così

piena di ruggine.

i passi svelti della gente

e le gonne che vanno via

Come la tua e le tue gambe

che chissà perché

non so più com’erano.

Eppure le baciavo

e le toccavo

e ci scrivevo sopra

con il tuo rossetto

due parole e frecce

e disegni e cuori.

E pensare che ora

mi ricordo solo

a tenere tra le mani “Chiedi alla polvere”.

Bruno Puntura

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