Balthazar, che voleva diventare Hemingway
Postato il
19 Maggio , 2009
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Era venerdì, e anche a non saperlo, ci voleva poco a intuirlo, se non altro per l’odore di pesce che saliva dalle cucine del ristorante sottostante.
Era venerdì e 13, il giorno peggiore per pretendere la sorte dalla propria parte. Specie per chi, come Balthazar Cortès, era nelle condizioni di averne un gran bisogno: infatti, grazie all’interessamento di una catena di amici di amici (come di solito avviene e non si sa perché debba essere così) era riuscito a strappare un appuntamento presso un editore e, adesso, stava lì davanti alla scrivania di una giovane efficiente professionista nel campo delle lettere.
Era la curatrice di tutta una collana (denominata «Il Dedalus»), lei non aveva tempo da perdere, aveva afferrato il manoscritto, e subito al dunque: «Di cosa tratta?» aveva chiesto.
«E’ la storia di un tale che…» Balthazar, emozionato, aveva buttato là delle parole.
«Non capisco.»
«Hem… Già» disse Balthazar, grattandosi la nuca.
Era una cosiddetta donna in carriera che viveva sopra le righe. Siccome era troppo occupata per essere distratta da un fidanzato-compagno-marito, aveva surrogato con un ectoplasma, che lei asseriva a se stessa di amare.
Il tipo stava da qualche parte del pianeta, in perenne movimento. Non riuscivano a vedersi, e il sesso lo praticavano virtuale, via Internet.
Appunto:
lei stava in Internet quando, proprio allora, le erano capitati davanti Balthazar e il manoscritto.
«Diciamo, da quanto mi sembra di capire, che il libro tratta di… Mm… » la curatrice si era bloccata alla ricerca delle parole più appropriate.
«Esatto!» era scattato Balthazar. Neanche aveva aspettato la fine del discorso.
La donna lo aveva guardato stupita.
S’era chiesta a cosa si riferisse quell’esatto, visto che lei non aveva ancora precisato niente.
Il dialogo era proseguito lunare. L’odore di pesce aumentava, e Balthazar incominciava ad avere la sensazione di essere a tranci su una griglia.
«Insomma, dov’è il plot?» la curatrice, spazientita, s’era preoccupata di stringere. Ma la frase restò sospesa, al punto di domanda.
Balthazar sempre più annebbiato. Preda della confusione.
Deglutì. Daccapo si grattò la nuca. Gettò un’occhiata disperata fuori oltre la finestra, ma un muro alto grigio squallido gliela respinse. Indietro. Al mittente.
Balthazar allora pensò alla fatica che gli era costato quell’appuntamento, si disse che forse era il caso di darsi una mossa, si agitò sulla sedia, si assestò, tossicchiò, si fece coraggio, partì lanciato.
Un fiume in piena.
Non rispose (a domanda risposta, come si usa dire) al quesito: dov’è il plot? Ma si inabissò a parlare d’Hemingway, ne citò «Il Vecchio e il Mare» e si perse a dissertarne con aria ispirata.
Era l’effetto probabilmente (la suggestione) del crescente odore di pesce, sempre più spesso, da meritare ancora un po’ d’essere impanato.
Obiettivamente, era difficile costruire un filo sensato di discorso e mantenerlo. Con un interlocutore come la curatrice della collana «Il Dedalus» che nel frattempo scorreva il manoscritto, mentre telefonava con due apparecchi, quello sul tavolo e in più il cellulare.
Balthazar finì assorbito a chiedersi quale delle due funzioni (telefonare e scorrere il manoscritto) fosse a prevalere. Anche perché, nel frattempo, la donna aveva preso degli appunti, s’era sistemata un ciglio, aveva frugato nella borsetta estraendone una scatoletta e un braccialetto.
Dalla scatoletta aveva cavato un paio di mentine (subito cacciate in bocca) e, quanto al braccialetto, le era scivolato in terra.
«Cazzo!» disse improvvisamente, lei così compita.
Balthazar si rese conto che la curatrice aveva fatto la sola cosa che ancora non aveva fatto ma che adesso era riuscita a fare: picchiarsi un ginocchio contro uno spigolo della scrivania. (Mentre, china, aggrappata ai due telefoni, cercava di recuperare il braccialetto ai propri piedi.)
Intanto l’’odore di pesce era arrivato a un punto che, volendo, si poteva mettere sott’olio.
La donna, sbirciato l’orologio, decise di scendere per un panino. Balthazar Cortès pensò che, dopo la scorpacciata di odore di pesce, un digestivo sarebbe stato più opportuno.
Era entrato che sapeva di lavanda, e adesso era sicuro che, andando con la signora giù al bar, tutti avrebbero ordinato un fritto misto, credendo fosse arrivato del pesce, fresco.
Non accadde.
La signora si divorò un toast insieme al rosso delle labbra. E: «Grazie, per averci sottoposto la sua opera» congedò Balthazar.
Le era restata sulla guancia una grossa briciola, ma Balthazar Cortès non fece in tempo a farglielo notare.
Già la curatrice era sparita.
Del manoscritto Balthazar Cortès non ebbe più notizie.
Provò a telefonare. Alla decima chiamata (dopo mesi, le precedenti smarrite da interlocutori vari di passaggio), apprese da una vocetta di giovane femmina cinguettante che la curatrice della collana «Il Dedalus» era passata da tempo a un altro editore e che, comunque, il manoscritto di Balthazar Cortès era stato nel frattempo perso e ritrovato, e ancora perso ma ancora ritrovato.
«Solo che lo abbiamo letto – disse la voce di giovane femmina cinguettante, - ma non rientra nei nostri programmi.»
Era seguito, debitamente calibrato un «Ci dispiace».
Balthazar scese in strada, e prese a camminare. A caso. Era verso sera e le strade erano movimentate, più del solito. Il tempo era bello e invitante, il clima elettrico, perché sarebbe seguito un lungo magnifico week-end.
Balthazar, arrivato davanti a un bar-tabacchi, si fermò. E sbirciò dentro.
La ragazza alla cassa aveva l’aria d’essere la figlia del proprietario. Aveva modi buoni, l’aspetto di una che ha studiato. Balthazar pensò: Se adesso io entrassi, e le chiedessi «Conosce un certo Hemingway?», lei cosa mi risponderebbe?
E se anzi lo chiedessi a tutti, anche agli altri:
al signore per esempio che sta sorbendo voluttuosamente il suo cafferino,
e poi al ragazzo dietro al bancone che sta servendo una spremuta,
e poi magari alla vecchietta alle prese con un «Gratta e Vinci»… ?
A Balthazar già sembrava di sentire le risposte.
Ragazza alla cassa: «Hemming…? Mai sentito. Sa, di stranieri negli uffici qui in giro e che passano dal bar ce n’è parecchi…».
Ragazzo dietro al banco: «Quel uei là… Non è mica quel cantante rock australiano?»
Signore col cafferino: «Ah sì! Dev’essere un giocatore nuovo del Liverpool».
La vecchietta: «Fleming? Via Fleming non è da queste parti, è lontana, giù dietro a via Novara, lo so perché, combinazione, ci abita mia figlia».
Già, si disse, Balthazar Cortès.
Era certo che gli avrebbero risposto in quel modo. E se non proprio così, poco ci sarebbe mancato.
Scosse la testa.
Si disse: sono l’essere più stupido di questo mondo.
La mattina dopo, si svegliò e pensò che a essere stupido era il mondo.
Si lavò la faccia, trangugiò un doppio caffè, si buttò a martellare sulla tastiera.
Lui, che sapeva chi era Hemingway, poteva fare a meno di volerlo diventare?
Guido Sperandio
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