Visto che mi vuoi lasciare, cerca almeno di essere dolce
Postato il
27 Marzo , 2009
Filed Under Macchie |
1.
Non avevo più pronunciato la parola “zucchero” dai tempi in cui Varenne vinse per la seconda volta il Prix d’Amerique Marionnaud di Parigi. Ovvero dal gennaio del 2002, dopo una lite furibonda e un silenzio durato quattro anni. C’eravamo detti di tutto, ma soprattutto c’eravamo tirati addosso piatti, bottiglie, posate e quel maledetto cavallo di porcellana. “Bastardo, era un ricordo!” mi disse. E fu allora che dissi: “Dei tuoi ricordi me ne frego. Sono i miei che mi stanno a cuore e da oggi avrò dei pessimi ricordi. E se c’è qualcuno che devo ringraziare questa sei tu. Sei felice?”. Era la prima volta che non la chiamavo amore, tesoro o dolcezza. Ringraziando il cielo non mi rispose. Rimase in silenzio, mentre raccoglievo le mie cose e mi precipitavo lungo le scale, svoltavo nel primo vicolo a sinistra e sfrecciavo lungo Corso Belgio, sulla mia Panda del 1992.
Avevamo ventotto anni e lei era bella. Lo era al punto tale che mi fece dimenticare tutto. Non c’era niente al mondo che contasse. Bastava un suo bacio, un’occhiata o un banalissimo gesto d’intesa perché io annullassi impegni, fine settimana o serate sballose. Era un sacco che non mi facevo una canna o una bevuta come dio comanda. Ormai reggevo pochissimo l’alcol. L’ultima volta mi ero sbronzato con due Moretti e un succo alla pera.
Ero cambiato, se ne accorse anche mia madre. Ricordo che stavamo nel salotto di casa, quando mi chiese: “Ma Nicola, insomma a mamma… perché non vi sistemate. Lei è una bella ragazza, perché non ti sistemi?”.
“Perché c’è la crisi. Li hai in visti in TV che facce hanno? Con questa crisi cosa vuoi mettere su? Giusto un muro, per parare i colpi”.
“La crisi? Noi l’abbiamo vista la crisi, altro che voi. Nicola, andavamo a cagare nelle frasche e ci pulivamo – con rispetto parlando – con le foglie delle querce eppure vi ho fatto crescere a tutti e due, o no?”. Mia madre, quando parlava con me parlava anche di mio fratello: non ci scordava mai, era come un voto alla madonna. Comunque, sapevo che aveva ragione. Era vero: se una cosa la vuoi te la prendi, a forza. Cosi le dissi: “Mamma, faccio un figlio. Non te l’ho detto? Cioè, con Nina abbiamo pensato di avere un bambino. Che te ne pare?”.
Mia madre, nell’ordine, era devota a San Rocco, alla Madonna delle rose e alla Madonna del mare. Iniziò a farsi il segno della croce fingendo uno svenimento, mentre continuava a dirmi che non si poteva fare: non eravamo sposati, era peccato. Ma, come dire? Tolto queste sciocchezze, sembrò felice anche senza matrimonio.
2.
Naturalmente non facemmo mai nessun bambino, lei era troppo presa dal suo lavoro super fico: era appena stata assunta come Account Supervisor in una multinazionale che comprava spazi pubblicitari per una rivista di moda. Sceglievano solo pubblicità fiche, super patinate e super stronze. Di quelle che ti fanno sentire un vero idiota, grazie alle quali saresti pronto a ipotecarti il culo pur di comprarti quella crema, quel profumo, quel vestito. Insomma, era entrata nel giro, mentre io continuavo a girare da un’edicola all’altra, sperando che qualche giornale avesse finalmente un annuncio di lavoro anche per me. Sissignore, io ero il disoccupato mentre lei era sulla rampa di lancio, svettante verso una carriera di successo.
Ultimamente la vedevo solo quando il sole era scomparso o a sera inoltrata. Ma a essere onesti, sapeva essere bella anche al buio. Si vestiva come una regina e io l’adoravo, soprattutto quando indossava un vestitino nero, in maglina. Era splendido: le stringeva il seno e si lasciava andare morbido sui fianchi. Quante seghe mi feci pensando a quel vestitino!
“Che hai fatto?” le chiedevo. E mentre si struccava le guardavo il culo.
“Il solito” diceva.
“Non hai conosciuto nessuno?”. Non ero geloso, ma volevo sapere come mai non avevamo più parlato del nostro bambino. Certo, il fatto che io fossi senza lavoro poteva anche voler dire qualcosa, ma ero sicuro che lei non sapesse nemmeno che in casa nostra si aggirava un disoccupato precario, e che quel disoccupato ero io.
“E chi avrei dovuto conoscere?”
“Che ne so…” dissi “… uno di quei fighetti con i jeans infilati nel culo, pieni di soldi da far schifo. Amore mio, dovresti conoscerli. I tuoi meeting sono pieni di questa gente”.
“Già, ma stasera non ne ho conosciuto neanche uno. Ti dispiace?”.
“Nossignore. E del nostro bambino che ne dici?”.
“Oddio Nick, ma ti sembra l’ora di parlare di un bambino?”.
“Perché no?”. Era l’una e quaranta del mattino e l’aria là fuori era di una dolcezza sterminata. Giusto qualche macchina dopo l’incrocio, altrimenti un silenzio dell’altro mondo. Una pace così mite da far sembrare tutto più buono, perfino la paura di non farcela sembrava uno scherzo. Serate come queste non tornano più, dove i gatti miagolano dolcemente sopra i cofani delle auto e i ragazzini si baciano, seduti a cavalcioni ai Murazzi, mentre una luna grossa così va su come una palla alla panna, e guarda la Gran Madre di Dio come una donna stupenda, dall’alto dei cieli. A me sembrava una serata perfetta per fare un bambino. Era piena di intesa e di silenzio, perfetta per consumarsi in una notte d’amore.
“Su tesoro, cerca di non farti prendere dalla fretta. Un figlio è un figlio: dobbiamo pensarci bene e poi stiamo insieme solo da tre anni. Il tuo lavoro è agli inizi, devi capire come andranno le cose. Su, andiamo a letto ora, che sono a pezzi”.
3.
Guardai il soffitto fino alle quattro del mattino, poi mi alzai, tirai su la tapparella, mi affacciai sul balconcino, guardai la luna e mi feci una sega pensando al suo vestitino nero, quello in maglina. E la mia immaginazione non fece nemmeno in tempo ad arrivare ai suoi fianchi, che riempii di sperma i gerani della signora del piano di sotto. Erano dei magnifici gerani rossi che spuntavano dalla ringhiera con prepotenza. Mi sporsi leggermente per vedere come li avevo conciati e poi scappai in casa, buttandomi esausto nel letto accanto a Nina, con un solo pensiero nella testa: avevo inseminato un geranio. Che figlio sarebbe potuto venir su tra me e un geranio? Avevo creato un mostro o sarebbe stato bello come un fiore? Certe domande, di notte, ti rubano il sonno.
4.
Lo chiamavamo Spiccio perché spendeva fino all’ultimo spiccio ai cavalli. E fu proprio lui a tornare sull’argomento qualche mese fa, all’ippodromo di Vinovo.
“Io avrei messo uno spaccio di zucchero, altro che i tuoi soliti colpi di testa” disse Spiccio, senza mai togliere lo sguardo da Mistero Buffo. Era il suo cavallo vincente, peccato che nell’ultimo mese aveva ottenuto risultati pessimi. Eppure Spiccio se ne fregava: per onestà, per affetto e per devozione Mistero Buffo c’era sempre nel Tris della giornata.
“Ma che ti devo dire…” dissi “… non è facile. Ormai sono passati quattro anni, ma lì per lì come si faceva a dirle: «Sai che ti dico? Mettiamoci su un bello spaccio di zucchero al mercato nero e chiudiamola qui. Sono anche disposto a perdonarti se mi passi una stecca regolare da giocarmi alle corse». Non si poteva fare, te lo giuro, lei era la donna della mia vita”. E a questa storia della ‘donna delle mia vita’ io ci credevo sul serio.
“D’accordo…” mi sussurrò Spiccio all’orecchio, serrando i denti dalla tensione. Eravamo all’ultimo giro e Mistero Buffo era ancora lontano dal traguardo. “D’accordo, ma vuoi mettere? In tempi di crisi tu saresti stato in grado di tenere testa anche ai supermercati. In fatto di prezzi nessuno ti avrebbe battuto: il tuo zucchero sarebbe andato a ruba. In tempi di crisi, caro il mio Nick, bisogna speculare, altro che tenere duro!”.
“Già” dissi, con un certo rimpianto. In fondo nella mia vita non era cambiato nulla o comunque pochissimo. Che mi sarebbe costato provare con uno spaccio al mercato nero? Nulla. La crisi mi stava divorando e io giravo ancora, a caccia di un buon lavoro, dopo averne cambiati almeno sei in quattro anni. Eppure ce la mettevo tutta, seguendo i preziosi consigli del nostro Presidente del Consiglio: spendevo tutto quello che potevo, per sostenere la nostra economia. Spendevo tutto, tuttavia trovare qualcosa da spendere stava diventando sempre più complicato. Così mi buttai sulle scommesse, nel gioco d’azzardo, in un buon cavallo. Insomma, stavo dando una mano alla nostra economia, ma mi stavo anche indebitando fino al collo.
5.
Da qualche settimana la vedevo sempre più bella, con un nuovo taglio di capelli, un nuovo colore sulle unghie e un nuovo modo di camminare. Era così bella che mi mancò il coraggio per dirle di quelle bustine di zucchero, per almeno un paio di mesi. E più aspettavo e più le bustine crescevano. Non volevo impicciarmi della sua vita, ma si dava il caso che in casa nostra era il disoccupato a fare il bucato, la polvere e perfino a rammendare i calzini. Per il momento mi ero limitato ai miei, ma stavo raccogliendo informazioni per sistemare anche i collant da donna. Una mia amica mi stava insegnando un trucco con lo smalto e non so cos’altro, ma era complicato. Molto più semplice ago e filo, ma sul nylon non va bene. Comunque, con buone probabilità, se ci fossimo potuti permettere una donna di servizio non mi sarei mai accorto di nulla. E invece non ci fu niente da fare: la realtà mi venne in contro con una tale sfrontatezza e una tale determinazione che era impossibile far finta che le cose stessero andando nella direzione giusta.
Perché le brutte notizie arrivano sempre con le belle giornate? Quando scoprii le prime bustine, il sole brillava nel cielo, in una deliziosa giornata primaverile. Un’aria lievemente fresca contrastava con il calore del sole e le foglie degli alberi si muovevano quasi controvoglia. Le ombre disegnavano sulla strada, sui marciapiedi, sulle auto e perfino sui visi della gente delle figure insolite, a volte inquietanti altre volte buffe, ma che duravano così poco che sarebbe stato impossibile capirne il senso.
Avevo lavato tutte le sue cose. Le mie continuavano a puzzare nel cesto della roba sporca. Mi aveva chiesto chiaramente di non lavare le sue cose con le mie. Sosteneva che fossero troppo delicate per essere lavate insieme e dato che non mi andava di discutere accettai il diktat senza muovere nessuna obiezione. Salii fin su, nella terrazza condominiale, tirai fuori lo stendi biancheria e presi le mollette in legno. Iniziai con la biancheria intima e per ogni mutandina che toccavo provavo un’erezione involontaria. Non potevo farci nulla, ma il ricordo delle volte che gliele avevo sfilate mi eccitava da morire. Il filo sottile del perizoma che affonda delicatamente sul suo fianco, e poi le mie dita che oltrepassano la curva morbida del suo culo, s’incastra nel perizoma e, come nel ripiglino, lo ricostruisce lontano dal suo corpo, pompava i miei ormoni. Poi passai al resto, ma soprattutto fu la volta della sua meravigliosa Fendi, una giacca perfettamente nera, con doppie cuciture e bottoni rinforzati. La presi, le diedi una bella sgrullata e vuotai il sacco. Stesi la giacca a testa in giù, e il pavimento si riempii di bustine di zucchero in un batter d’occhio. Incredibile a dirsi, ma le tasche di certe giacche sono davvero capienti. Lì per lì pensai che Nina avesse svaligiato un bar in preda a una voglia improvvisa di zuccheri. Ma erano perfettamente bianche, candide e immacolate come la neve. Nessun logo, marchio o nome di un bar. Sopra non c’era nulla, se non delle parole scritte con una grafia goffa, brutta e sgraziata. Non erano tutte leggibili. Il lavaggio a trenta gradi aveva impastato l’inchiostro. Alcune però erano perfette. Anzi, il lavaggio le aveva dato una patina stranamente lucida, quasi brillante, come tante piccole stelle nella notte di San Lorenzo.
Le rilessi mille volte, sperando che qualcosa cambiasse da sola. Ma quelle frasi non cambiavano mai. Ne ricordo tre, non le più cattive, ma quelle che mi fecero più male, perché furono loro a dirmi come stavano andando le cose. Più o meno dicevano: “L’altra notte sei stata dolcissima. Baci. E. E.”; “Mi sciolgo sempre nelle tue braccia. Due baci sul collo. E. E.”; e poi la terza, dove il bastardo ci metteva il nome: “Nina dolce Nina, ti amo. Eugenio E.”
6.
Mia moglie, o almeno quella che avrei voluto lo fosse, si stava scopando un barman. Oppure un rappresentate di zucchero? Dio santo, che situazione del cazzo. Per due mesi non feci altro che pensare, spremermi e cercare tra gli amici in comune una faccia o un paio di occhi soddisfatti per una notte di sesso passata con la mia Nina. La conoscevo bene, e sapevo che a letto ti levava l’anima. Ma niente, i nostri amici sembravano sempre più rincoglioniti, e poi erano tutti amici suoi, per lo più. Con i miei non aveva mai legato e questi parlavano sempre delle stesse cose: marketing, brand, strategie. Insomma, se aveva deciso di lasciarmi non poteva farlo per uno di loro.
Cercai anche di far finta di nulla. Mi dissi che si trattava di un tipo che ci stava provando, ma che lei non ci sarebbe mai stata. Ha un culo stupendo, un seno meraviglioso e una bocca eccitante come un film porno. È normale che qualche stronzo stia cercando di scoparsela. Nick, mi dicevo, dovresti essere contento. Dovresti essere fiero e portare in giro Nina come un trofeo. Ma non ci riuscivo e non ero contento.
Cercai di dirmi qualunque cosa che potesse servire a nascondere la realtà, ma quelle bustine così dolci erano inequivocabili, e quando le rileggevo sentivo una malinconia intorpidita toccare il mio cuore. Le mie giornate stavano diventando troppo amare per riuscire a mandarle giù.
7.
A Spiccio non raccontai nulla, solo per vergogna. Noi uomini siamo fatti cosi: anche se cerchiamo di negarlo, la cosa che ci fa più male non è la fine di una storia, ma che la tua donna si sia fatta infilare l’uccello di un altro un po’ ovunque. È questo che ci fa più male, sono pronto a scommetterci gli ultimi soldi che ho.
Tuttavia Spiccio mi disse: “Perché non gliene parli? Provaci, che ti costa? Non puoi aspettare che le cose si rimettano a posto da sole. Non capita mai, ma soprattutto non capita mai a te”.
Aveva ragione, come aveva ragione mia madre: le cose vanno affrontate di petto, e se è il caso avrei fatto anche a botte. Preparati Eugenio E, dissi ad alta voce, che ti sto per rompere il culo.
8.
Nei due mesi che ci separarono dalla nostra ultima conversazione, avevo fatto molteplici prove. Non si direbbe, ma sono molto timido. Certe cose mi bloccano e in determinate situazioni, di particolare stress, inizio anche a balbettare. Insomma, mantenere la calma per uno come me è un po’ complicato, per cui provavo e riprovavo, come De Niro in Taxi Driver, ma naturalmente tutte quelle prove non servirono a nulla. L’occasione per aprire il discorso fu così banale che mi diedi subito dello stronzo per non averlo inserito nelle mie prove.
“Vuoi lo zucchero nel te?” le chiesi.
“No grazie Nick, lo preferisco senza” mi disse, ancora in pigiama.
Facevamo colazione vestiti nello stesso modo, con un pigiama sgualcito e un paio di ciabatte blu. I suoi capelli arruffati erano deliziosi e di prima mattina mi piacevano anche i suoi baci stropicciati. Me ne sto lì a rimuginare su tutte le volte che ho baciato Nina la mattina presto, non ancora svegli, prima di saltare su tutte le furie.
Urlo, strepito e mi lascio andare a improvvisazioni del tutto inaspettate, anche se nel farlo mi trovo piuttosto a disagio. Il suo profumo aveva invaso la stanza a tal punto che sembrava più sua che mia. In un certo senso mi sentivo come un ospite. Un ospite che cerca di arrancare diritti che non ha, pretese scadute da tempo.
“E allora questi che cazzo significano?” le chiesi, con le vene del collo grosse come tubi delle fognature. Le gettai addosso almeno una ventina di bustine di zucchero. Caddero come grandine sul tavolo, e con la stessa freddezza gelarono il suo sguardo.
“Oddio Nicola…” mi disse, interrompendosi in un attimo di malinconia. “Oddio Nicola, devo parlarti”.
“Grazie al cazzo che devi parlarmi, sono due mesi che raccolgo zucchero” le dissi. Fui sorpreso di così tanto impeto e poco tatto. Mi piacevo.
“Ti prego siediti”.
“Preferisco di no…” dissi, e aggiunsi: “Avanti, cerca di farla breve. Chi ti stai scopando?”.
Improvvisamente scoppiò in lacrime. Iniziò a piagnucolare come una bambina, a implorarmi. Si inginocchiò davanti a me, si attaccò alle mie gambe e mi guardò con occhi supplichevoli, ma senza il minimo segno di pentimento.
“Avanti…” le dissi “… smettila e dimmi chi cazzo è questo Eugenio. Ti stai facendo spupazzare da un barman? O è qualche rappresentate di zucchero? Avanti, cos’è, non ti bastavo più io?”.
In quello che dicevo non c’era il benché minimo segno di maturità. Ma appunto, gli uomini sono fatti così: nonostante i migliori propositi, i discorsi sulla vita di coppia, sul perdono e via dicendo, davanti al tradimento tutto torna così semplice, chiaro e limpido che i discorsi scivolano, senza volerlo, nel banale, nel già sentito, nello scontato. Per cui mi ritrovavo a dire le stesse cose che avrebbe detto chiunque: rodevo dalla rabbia perché un altro uomo era riuscito a scoprasi la mia donna e magari nel letto avevano anche parlato male di me, di come me la cavavo con lei e magari, perché no, Nina gli aveva anche detto che io non l’avevo mai fatta godere come lui. Incredibile, ma certi discorsi si ripetono con una routine impressionante.
“Ti avrei parlato di Eugenio, volevo solo trovare il momento migliore” mi disse, tra le lacrime.
“Smettila di piangere, tra noi è finita” le dissi, certo che volesse supplicarmi. Altrimenti perché piangere in quel modo?
“Certo Nick, lo so. Lo so, e infatti te ne avrei parlato. Tra noi è finita, ma non sapevo come lasciarti”.
Dio santo, che botta. Come voleva lasciarmi? E da quando? E il nostro bambino? C’erano ancora troppe cose tra di noi. Non poteva finire tutto per Eugenio.
“Ehi…” dissi “guarda che stavo scherzando. Non è che tra noi sia proprio finita, è che vorrei sapere chi è Eugenio. Avanti, cerchiamo di risolvere la cosa parlando, civilmente. Eugenio, chi è?”. Ma domande secche richiedono risposte dirette e Nina le dava di santa ragione.
“È l’uomo che amo!” disse, senza versare una lacrima.
“Aspetta un attimo…” dissi “Sono io l’uomo che ami!”. E non dissi più nulla, mi feci zitto come in un giorno a lutto, ascoltando il suo respiro che si faceva sempre più forte.
“Stammi a sentire Nicola, tra noi è finita da un po’. E ora non venirmi a dire che non te ne sei accorto?”.
Chiaramente non me ne ero accorto, ma non lo dissi. Se l’avessi fatto avrebbe annoverato anche l’indifferenza, tra i miei difetti peggiori, che iniziò a elencare dettagliatamente. E se eravamo arrivati a questa situazione, buona parte della colpa era mia, mi disse lentamente, con gli occhi fissi sul tappeto che avevamo comprato insieme.
“Certo” dissi. E poi, in perfetto stile Buscaglione, aggiunsi: “Ehi piccola, ma questo Eugenio, dove l’hai beccato? Tranquilla, non ho intenzione di fare scenate, risolviamo la cosa da uomini civili”.
“Si chiama Eugenio, Nick. Eugenio Eridania, e non l’ho beccato…”. Quando disse “beccato” fece un paio di smorfie per prendermi per il culo, e poi continuò: “… come dici tu, ma ci siamo conosciuti intimamente. Credimi Nick, non era mia intenzione lasciarti”.
Iniziai a scuotere la testa, a imprecare, a guardarla come un serial killer: era chiaro che io non ero la persona adatta per risolvere la cosa civilmente.
“E chi cazzo è Eugenio Eridania?” urlai, con gli occhi gonfi, pieni di vendetta.
“Come chi è Eugenio” disse stupita, staccando i suoi occhi dal tappeto per gettarli sul mio viso, in un gesto di rimprovero.
“Perché” le chiesi “dovrei conoscerlo?”, cercando di nascondere la mia costernazione. “Chi è? Uno di quei tuoi amici super palestrati e super lucidi, che si strappano anche i peli dal culo? Ah, che gente di merda che conosci. Ora posso dirtelo: mi hanno sempre dato il volta stomaco”.
“Hanno sempre detto la stessa cosa di te, ma ora non mi sembra importante”.
“Certo, ora hai Eugenio Epifania. Ma poi, si può sapere chi è?”.
“Eridania, Nick, Eridania” disse, scandendo le sillabe. “Non ti dice niente? Oddio Nick” aggiunse disperata “… mi dispiace, credimi. Non volevo… non volevo lasciarti. Ma… ma… Eugenio mi ha fatto… Nick”.
Mi buttai esausto e disperato sul divano, lasciando che balbettasse qualcosa per mettere a posto la sua coscienza. Con gli occhi sbarrati verso il soffitto pensavo solo a Eugenio. Chi cazzo era questo ometto che si stava scopando la mia Nina? Perché avrei dovuto conoscerlo? Dove l’avevo visto?
Ma il destino è molto strano. Più ti sforzi di pensare razionalmente e più lui ti impone strade irrazionali, così contorte ed enigmatiche da far apparire la tua vita un vero e proprio rebus. Cercai di pensare a tutto, dico davvero, mentre lei andava avanti e indietro dalla stanza da letto. La nostra stanza, dove avevamo fatto l’amore mille volte, dove c’eravamo tanto innamorati, perfino dei nostri baci più piccoli e silenziosi. Pensai a tutto. Ai viaggi, alle cene, agli incontri fortuiti e improvvisi che in questi anni si erano susseguiti, i più dei quali contro la mia voglia. Pensai ai locali, localini, bar ed enoteche che Nina mi aveva costretto a frequentare. Cercai di ricordare ogni singola faccia, ogni singolo cameriere, barman, collega che in questi anni mi aveva colpito, ma per fortuna non erano molti. Pensai alle boutique, ai centri benessere, alle terme che, per fare i fighetti come i suoi amici, avevamo frequentato, ma di Eugenio nemmeno l’ombra. Insomma, cercai di risolvere il mio dolore a partire dal suo mondo. Ma era chiaro che così non poteva funzionare. La soluzione doveva avere a che fare con le mie giornate, con la mia vita. A volte è una questione di solitudine ben ponderata, di pensieri solitari che si incrociano, si scontrano e si risolvono in una soluzione. C’è quella scena illuminante di Blow-Up, dove all’improvviso ti accorgi che anche se hai guardato non hai osservato a sufficienza e t’incazzi un bel po’ a dire la verità, per non averlo capito prima.
9.
Anche il meccanismo di un gioco, il nome di un buon cavallo o una scommessa vinta, può far affiorare possibili soluzioni. A me bastò un supermercato: l’uomo che aveva fatto crollare il mio amore si manifestò sottoforma di un bancale di zucchero, verso la fine dell’estate del 2002. Camminavo con le mani in tasca nella corsia dei biscotti, dolci e cereali in un GS di Mirafiori sud. Non dovevo comprare assolutamente nulla, semplicemente distrarmi. E per farlo, di solito, entro in un centro commerciale, in un supermercato o in un cinema multisala e guardo la gente, leggo le etichette e mi faccio fottere dal packaging. È da idioti, lo so, ma è un’abitudine che nel tempo mi ha assicurato un certo grado relax e di tranquillità. Per cui sono in una di queste corsie che cerco di rilassarmi, quando noto un bancale di zucchero, stracolmo di pacchetti rossi e bianchi venirmi in contro. È immenso, alto e maestoso come le colonne del Pantheon, e su ogni pacchetto c’è una scritta nera su fondo bianco che dice: “Eridania”.
Fu un attimo, e io mi accasciai a terra come un nido. Come avevo fatto a non pensarci? Nina si stava scopando il giovane rampollo della dinastia Eridania, degli Eridania Zuccherifici. Con le mani tra i capelli rimasi per un tempo indecifrato, a guardare la gente che comprava lo zucchero e, senza averne coscienza, pacco dopo pacco smontava il mio amore.
10.
Tornai a casa che era già tardi. Nina era silenziosa e mite, sul balconcino che dà sulla strada. Aveva una sottoveste di pizzo scuro, il corpo zuppo di sudore e una sigaretta appesa alle labbra rosse. Il nostro odore aleggiava nell’aria, mentre la mia ira silenziosa si consumava nei miei occhi. Non avevo parole. D’altra parte la distruzione di un amore toglie il fiato, i ricordi e i momenti migliori, lasciando spazio al rancore più bieco. L’avrei voluta picchiare e farle provare almeno un pezzetto del mio dolore. Ma anche questo è scontato. Comunque entrai in casa urlando, imprecando e maledicendola. Mentre lei non si mosse dal balconcino. Le tirai addosso piatti, stoviglie bicchieri e il suo dannato cavallo di porcellana. Ma più urlavo e più odiavo la sua aria snob e distaccata, mi faceva impazzire.
“Visto che volevi lasciarmi…” le dissi “…potevi almeno essere più dolce!”
“Non volevo”.
“Certo che lo volevi” dissi, con gli occhi rigati dalle lacrime. “E magari, se ti sei scopata uno come Eugenio è solo perché volevi addolcirmi la pillola, ma non ci sei riuscita!”.
“Non volevo” disse.
“Fanculo!”. E iniziai a farmi la valigia, a raccogliere i miei libri, le mie cose. E insieme a tutto il resto buttai in mezzo anche il suo vestitino nero, senza volerlo naturalmente, ma fu proprio grazie a quel vestitino che riuscii a dirle quello che provavo.
La prima volta che uscii dalla sua vita lo feci con una rabbia indomita. Scappai via con il rancore e il dolore di un innamorato alle prime armi. Accesi la macchina, svoltai alla prima a sinistra – direzione ippodromo – e pensai soltanto ai loro giorni felici. E i loro lo sarebbero stati, perché era come diceva qualcuno: se non volete avere problemi, sposatevi un miliardario. E così la mia Nina avrebbe continuato a consumarsi nelle sue notti mondane, a caccia di un buon cliente, di ottimo spazio pubblicitario, di una figa da copertina da mettere in bella mostra, super patinata e super stronza. Perché nel capitalismo la sola cosa che conta davvero è divorare per non essere sbranati. Ammaliare, promettere e stupire quando ancora nessuno se lo aspetta. E se non sei così sei fuori, c’è poco da fare.
11.
L’odore di Nina scomparve dal vestito pochi mesi prima del nostro incontro. Negli anni precedenti non aveva fatto altro che chiamarmi e, con la scusa del vestito, scoprire come me la stavo passando.
“Va alla grande” le dicevo “e ti giuro che la prossima settimana ci vediamo e ti riporto il vestito”.
Dovevo ridarglielo, perché in amore ci sono certi feticci, certe regole che tornano con puntualità, per cui ciò che era nostro torna mio e solo mio, come una ripicca, un semplice puntiglio per far quadrare le cose. Sapevo che non si sarebbe più messa quel vestito. Erano passati troppo anni e forse i suoi fianchi non erano gli stessi di quattro anni fa, ma quel vestito doveva tornare da lei, anche se in pessime condizioni.
“Facciamo colazione?” le chiedo al telefono, con lo stesso tono delle prime volte. “Ci vediamo al Convitto per le dieci e mezza. Se non sei arrivata ti aspetto ai tavolini di fronte via Po”. Era una domenica mattina di luglio, in un’estate stranamente fredda e piovosa.
Come da sua abitudine, mi staccò di venticinque minuti e io ne approfittai per dare una piegatina al suo abitino. In quegli anni mi era mancata da morire, e avevo ciancicato quel delizioso vestito come uno straccio, perdendomi in sogni del tutto erotici e perversi, in nome dei vecchi tempi. Una sera mi alzai addirittura nel cuore della notte e, mentre Betta dormiva profondamente, io me ne stavo dall’altra parte, in salotto, con Nina tra le braccia, ballando un dolcissimo tango al chiaro di luna, perché è così: ci sono certi amori che non vanno mai via, che non prendono il largo, che restano nella nostra testa, trasformati e impigliati nella memoria. È come se avessero cambiato la nostra vita, con i lori difetti capricciosi.
Quella notte l’amai, la spogliai e mi feci una sega sul suo vestitino nero, fantasticando ancora una volta sul nostro bambino. Rimasi sveglio fino all’alba, in cerca di un nome che potesse legare con il mio cognome: Andrea Lanzetti, Corrado Lanzetti, Gianfranco Lanzetti, Fausto Lanzetti, Giovanni Lanzetti, Luigi Lanzetti. E ripetevo quei nomi come una filastrocca, come una dolce canzone mattutina.
12.
Arrivò come il vento d’estate, lieve e delicato. Si sedette davanti a me, scusandosi per il ritardo. Le dissi che non c’era alcun problema e intanto non potei fare a meno di ammirarla. Da come era vestita mi accorsi subito che la sua carriera era cresciuta a dismisura, e anche i suoi fianchi non se la passavano male. Che dire del mio aspetto? Forse nulla.
Seduti l’uno di fronte all’altro, era strano rivedersi, riosservarsi, ristudiarsi e ritrovare nei gesti di ognuno, le abitudini che un tempo ci appartenevano. Ordinammo due te giapponesi, naturalmente senza zucchero e iniziammo a dirci quelle frasi del tutto prive di interesse, come il tempo, i vecchi amici e l’ultimo film che hai visto. Quando gli argomenti si esaurirono del tutto, e il vociare della gente divenne più forte delle nostre parole, mi decisi a darle quello per il quale avevo accettato di vederla.
“Ecco il tuo vestito” dissi, senza tradire nessuna emozione.
Per come prese l’abito dalle mie mani era chiaro che non gliene importava un accidenti. Forse le cose con Eugenio stavano andando male e chissà, forse voleva un’altra volta Nick al suo fianco.
“Santo cielo, Nick” chiese dolcemente “… cosa sono queste macchie bianche su tutto il vestito? Potevi almeno portarlo in tintoria!”
“Non mi sembrava una buona idea”.
“Sì, ma tutte queste macchie?”.
“Hai ragione, avrei dovuto portarlo in tintoria. Se vuoi ti lascio qualcosa e lo porti tu”.
“No, no. Non è questo. È che in queste condizioni non lo posso indossare”.
“Pensavo che non lo volessi indossare”.
“Che vuoi dire?”
“Dopo tutti questi anni, voglio dire, pensavo non ti piacesse più!”.
“Certo che mi piace, altrimenti perché te lo avrei chiesto?”.
“Hai ragione, lascia stare”.
“Certo che con tutte queste macchie, dovrò lavarlo. Ma poi che roba è? Alcune sono appiccicose”.
“Tranquilla tesoro” dissi “… non è zucchero. Se lo guardi bene ci troverai ogni piccolo segno di tutte le volte che ti ho amato, in questi quattro lunghi anni. Forse non sarò stato dolce come gli altri, ma il mio amore sa resistere al tempo. E ora scusami, ma è meglio che io vada”.
Mi alzai con calma, diedi un colpo ai pantaloni stropicciati e le voltai le spalle.
Quella volta fu la prima volta che dissi la parola “zucchero” davanti a lei, dopo tutti questi anni, e nel dirlo avvertii l’amarezza di un tempo che non sa più tornare.
Bruno Puntura
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Bellissimo…
molto bello…bravo