Io (virgola) Tu
Postato il
9 Febbraio , 2009
Filed Under Macchie |
Cara mamma,
Ci sono. Sono io. Mi senti? Non é ovvio sai? Tu dormi, io scrivo. Dormi da tanto.
Non mi parli piú. Decidi che io sia da sola a decidere. Non l’ho mai fatto e non lo farò certo ora. Oggi é venuto il dottore, uno brizzolato…ti piacerebbe credo. Dice che ti stanno analizzando non so cosa per scoprire non so che.
Sai che mi succede quando parlano di te? Che, come quando sei sottacqua, mi arriva tutto deformato, amplificato e muto. Un blomblom in cui ogni parola si fonde con quella di prima ed io non distinguo piú niente.
Congiunzioni, verbi, soggetto, complementi vari di un’unica polpetta. Non voglio sapere. So già troppo. Ho paura che mi rubino qualcos’altro. La speranza, i sogni… non voglio ecco. Dirai sei la solita… crescere…mai. No. Sono già cresciuta troppo.
Ti lavo, ti cambio i pannolini, come tu lo hai fatto per me. Ti massaggio, metto l’acqua ai fiori e ti leggo la vita che va via senza di noi. Ho capito anche il mistero gaudioso della flebo. Sto qua tutto il giorno. Le infermiere mi chiedono se ho bisogno di qualcosa. Io dico no. Poi penso sí. Io ho solo bisogno di te.
L’altro giorno per un attimo ho visto che ti muovevi. Ho tirato un urlo incredibile che ha ammutolito pure le puerpere in travaglio. Sono corsi tutti. Anche Fernando, distaccato dal gruppo con la sua sedia a rotelle. Non lo ricordi, ma é stato tuo compagno di stanza. Tutti insomma. Ed io ero là che dicevo che ti eri mossa, ne ero strasicura, e che se stavano attenti se ne accorgevano pure loro e che la dovevano finire di fare quelle facce e che lo stesso Fernando si era svegliato così, in modo del tutto fortuito facendo una puzzetta. Betta, la nostra infermiera preferita, mi ha preso da parte e mi ha spiegato che é normale, sono riflessi incondizionati e … blomblom… e che il tuo cervello manda impulsi a cavolo quando meglio crede. É stata una delusione terribile. Ho chiamato papà. É rimasto lui con te. Non ci sono riuscita. Era troppo.
Mi fai anche le finte. Per questo ti ho lasciata da sola la settimana scorsa. Non credere che te le faccia passare tutte. Vabbé il coma, ma c’è un limite.
É stato strano tornare a casa. Immaginavo un macello, ma papà si é dato da fare.
Ha potato anche la vite, forse un pó troppo visto che bisognerebbe farla analizzare per capirne l’origine. Ha anche ridipinto quasi tutta casa. Lo fa la sera quando torna ed é solo. Mi chiama e passa il rullo. Dice che si sfoga. Sarà…
Non so come mi hanno visto arrivare dato che era notte pesta. Ma il giorno dopo tutto il paese ha scoperto che ero a casa. Il telefono é impazzito. Non saprei neanche ripeterti chi ha chiamato… tutto il collettivo delle maestre, decine di bambini, compari e comari, 3 anna e 5 maria. Chi non ha chiamato é venuto direttamente. Cosí alla fine ho dato un rinfresco nel salone. Vogliono venire a vederti, spero scaglionati sennò aprono una nuova ala solo per i caggianesi. Fortuna che si conoscevano tra di loro perché come anfitrione sono notoriamente scarsa. Hanno portato una quantità infinita di torte rustiche e caffè. Ora che abbiamo tempo mi spieghi perché ai malati e ai morti si porta caffè. Non é logico visto che insieme ai neonati sono le tre categorie che non lo usano. Thé? Camomilla? Ti ho visto eh, lo fai anche tu, quindi non te ne uscire con la solita manfrina che sei del nord e non c’entri niente con ste cose. A proposito…ieri ti ho messo su de André. Magari ti ricorda Genova.
Betta mi ha passato un libro consumatissimo a fascicoli. Guarda che non hai idea. Qualche secolo fa era rilegato con la colla. Credo che sia la bibbia di questo reparto. Comunque parla del coma. Sai che in spagnolo vuol dire anche virgola?
Che, come insegni a scuola, quando la leggi prendi fiato e poi continui.
Il libro parla delle varie profondità di coma e dei metodi per risvegliarsi. Mancano alcune pagine, ma sto nel capitolo degli STIMOLI SENSORIALI e qualcosa sono riuscita a capirlo. Ti porterò un po’ di Genova. Penso sia meglio di Caggiano. Ricreare Caggiano poi, era troppo facile. Un paio di caciotte et voilà. Non ridere. Vedrai.
Sono andata al mare a prenderti la sabbia e le conchiglie. Ostia é terribile d’estate quanto bella d’inverno. C’era un vento forte, pulito. Non c’era nessuno. La piscina del Kursaal era piena di foglie secche. I lidi sono quasi irriconoscibili. Mi piace quando la natura si riprende quello che le appartiene. Mi sono inzaccherata i pantaloni bagnandomi i piedi nell’acqua gelida, perché anche io come te ho bisogno di sentire il sangue circolare, le vene pulsare, il cuore battere di nuovo, forte.
Ti ho messo le mani in buste di plastica piene di sabbia e nell’orecchio una conchiglia, che confesso sarà polinesiana o cinese come quello che me l’ha venduta, perché sta roba, qua, non s’è mai vista. Lo senti il mare? Io dico di sí. Hai cambiato espressione, e nessuna Betta o dottorchicchessia mi potranno mai far cambiare idea, neanche il fatto che sta per annuvolarsi e forse sono le ombre della stanza che cambiano. No. Mi hai fatto cocciuta e testarda perché in questo ci somigliamo e ci riconosciamo. Vero mamma? OOO! Svegliati per favore. Non ce la faccio più.
Mi sono iscritta ad una università a distanza, farò gli esami con questo e-learning che mi da paranoia solo a pensarci. Da qua non mi muovo. Te lo giuro. La maturità é andata. Sono stata brava. Solo, ti ammetto, che davanti ai battaglioni schierati di mamme e papà mi sono sentita un po’ sola. Papà é venuto col completo grigio. Forse pensava ci fosse qualche cerimonia con lancio del tocco.
Comunque c’eri anche tu, lì con me.
Non ti lamentare per la sabbia che adesso te la tolgo e non dire a Betta che sono stata io. Mamma, ho paura. Tanta. Mi sveglio con la bocca impastata, sudata in pieno inverno, a volte gridando. Corro qua. Non guardo nessuno né in metro né in treno.
Le persone sono sfocate, senza campitura, solo contorni tra cui mi muovo senza interazione. Guardo altrove. Penso a te. A cosa stai sognando, se sogni… se mi dirai ancora di mangiare quegli stramaledetti fagiolini che odio, se di nuovo mi sorriderai orgogliosa…
Che succede dove sei tu che non sei qui? Sono buoni con te? Quando ti abbraccio tra i millefili che prolungano il tuo corpo, il monitor cambia. Ha un Everest meraviglioso.
É il calore che aumenta i tuoi battiti. Ma io lo so che sono io, e che tu da un infinito lontano mi riconosci, mi cerchi e mi ami.
Voglio, io, che sono tua figlia…sentire ancora una volta come pronunci il mio nome.
Lo hai scelto tu. Nessuno mi chiama così.
Nessuno. Mamma guardami per favore. Che sono qui.
Da sola.
Beatrice Di Vito
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10 Responses a “Io (virgola) Tu”
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capisco che la tentazione di scrivere, o di pubblicare, la tematica della morte in vita è stata troppo forte, ma oggi no, meglio di no, siamo tutti un po’ saturi.
Per una coincidenza fatale questo mio racconto esce nel giorno della morte di eluana.
non era nato per quello, non era demagogia, non era nessun tipo di presa di posizione né di evangelizzazione di coscienze su questo tema.
Il mio racconto é purtroppo base di esperienze personali, ed era nato un anno fa per un concorso. Il fatto che avessi deciso di publicarlo era legato ad un fatto puramente affettivo ed emoziónale. Quindi nessuna FACILE storia sulla morte che ha ammorbato tutti come sottolinea il lettore o lettrice precedente.
L’ho pubblicato in un blog di scrittura, non di política o di alcun tipo di fede o credo…e mi piacerebbe essere giudicata per quello. Quindi sono bene accette critiche, ma non commenti di questo genere, temo tendenti al discorso vita-morte-eutanasia da bar. Se po si vuole giudicare qualcosa dal punto di vista dei contenuti, non vorrei pilotarli, ma sono legati solo al profondo affetto che lega una figlia ad una madre.
Questo affetto nella vita reale, si palesa in vari modi che possono essere giudicati, ma non credo oportuno farlo in questa sede.
In risposta al commento precedente
BEATRICE DI VITO
ho letto la bozza del raconto otto mesi fa, confermo quanto detto dall’autrice.
E’ duro leggere queste cose ma e’ giusto farlo.
cara Beatrice,capisco perfettamente quello che hai passato, anche mio padre è stato x anni tra la vita e la morte, in seguito a vari ictus ed embolie, totalmente cieco, paralizzato, senza coscienza, ma sempre attaccatissimo alla vita. Nn abbiamo mai smesso di sperare e di pregare (prima ero atea), adesso cammina, legge, parla, ragiona, tutto questo nn benissimo, ma confido in una sua ripresa………….
in bocca al lupo x tutto………
Beatrice, da scrittrice vera, ha fatto della sua esperienza personale arte e finzione sublime. Il primo commento a questo post lo vedrei meglio in un blog del PD. Questo è un blog letterario e pregherei di leggere la data del post, non contemporanea al giorno in cui è stato spammato.
Il primo commento è fuori luogo, lo sarebbe stato comunque. Possibile che le persone non riescono ma ad uscire fuori dal loro “essere telespettatori”?Vabeh…
Il racconto l’ho letto qualche mese fa e mi ha commosso, lacrime sincere…bellissimo!Brava Bea!
:*
Io vorrei parlare di scrittura. Non è il genere di racconto che amo, però trovo bellissimo questo passaggio:
“Comunque parla del coma. Sai che in spagnolo vuol dire anche virgola?
Che, come insegni a scuola, quando la leggi prendi fiato e poi continui.”
Da solo vale il racconto.
Giudico solo il racconto in sè. Tecnicamente: ho pianto. Poco, alla fine, ma era comunque umidiccio oculare. “Ha un Everest meraviglioso” mi è piaciuto tanto. Più brava di Armando Festa, naturalmente.
ci sono dei giorni che fa bene leggersi con gli occhi degli altri_grazie
ho la fortuna di conoscere beatrice personalmente…..è una mia amica…. ma questo non significa che come amica la difendo o la esalto….oh no….anzi….io e lei abbiamo litigato tante volte….per anni non ci siamo sentite…. ma una cosa posso affermare con sicurezza: i suoi racconti, le sue parole, il suo modo di scrivere mi emozionano sempre! Bea meriti tanta felicità…..e spero che questo mio commento non ti faccia arrabbiare…..volevo solo far sapere a tutti che sei una donna e una figlia speciale.