Sono famoso

Postato il 28 Gennaio , 2009
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È mezzanotte e non sono ancora famoso. Mi sono chiesto spesso se fosse proprio questo il mio desiderio, ed ora posso rispondere di sì.

Ho provato a diventarlo scrivendo. Prendevo carta e penna, proprio come ora, e buttavo giù dei versi. Li rileggevo e mi sentivo un Dio. Li ricopiavo sul diario e in fondo a destra, tra parentesi, aggiungevo nomi inventati e francesizzanti. Quando prendevano il mio diario mi divertivo da pazzi, quei versi piacevano. Ho pensato che quello potesse essere un modo per far conoscere il proprio nome, pubblicare un libro di poesie. Stavo per farlo, poi una frase di un mio amico mi ha bloccato. “Sarà come ballare nudi su una spiaggia al chiaro di luna”.

Caro Francesco, non so se avevi ragione, ma io ti ho dato retta. Mi sono chiesto se per inseguire un sogno valesse la pena mettersi così tanto in gioco. Ho preso i miei diari e li ho buttati. Ho strappato tutte le pagine ad una ad una, le ho messe in un sacchetto viola che ho lasciato tra gli altri sacchi per la raccolta differenziata.

Almeno dalla mia esperienza potrà nascere qualcosa di utile, ho pensato. Carta.

Fuori piove, l’acqua batte sulle finestre e fa rumore. Per fortuna. Almeno c’è qualcosa che mi tiene compagnia. Ho gli occhi stanchissimi, queste luci al neon le ho sempre odiate. Di caffè non ho più voglia, giornali non ne ho.

Porca puttana!

Perché cazzo non fumo? Perché non ho mai iniziato? Ho voglia di fare qualcosa, e fumare sarebbe l’ideale, mi darebbe un’aria interessante, mi terrebbe le mani impegnate.

Alzo la testa verso un cartello.

Vietato fumare.

Non ci avevo pensato, in un’ospedale non si può fumare mica. Quindi io sono avvantaggiato. Anzi, penso di essere proprio fortunato. Sapete che vi dico, oggi fingerò di essere un fumatore. Uno di quegli sfigatissimi fumatori che si sente un leone chiuso in gabbia quando capita in un posto dove non si può fumare. Eccomi, sono proprio sfigato. Sono costretto a guardare sul vetro le gocce di pioggia che corrono dall’alto in basso, scommettendo con me stesso che quella di destra morirà prima di quella di sinistra.

Non ho provato ad essere famoso solo con la sostanza. Una volta ci ho provato anche con la forma. Passavo ore davanti allo specchio, ore in palestra, ore davanti ad una lampada per cercare di comprare un po’ di sole. Ho avuto paura di mettermi a nudo con delle poesie e poi mi sono spogliato davanti ad un fotografo.

Non c’è periodo della mia vita che odii di più ricordare. E credo di sapere perché. Ho avuto sempre bisogno di tagli netti, di svolte, di scene plateali. Io, seduto a strappare pagine di diari, questo è stato stupendo. Prendere il passato e buttarlo, un pezzo alla volta. E a volte stare male, perché si vorrebbe così tanto ricordare. Mi è capitato spesso di sforzarmi di ricordare quale fosse il secondo verso di una poesia che avevo scritto al liceo. Ora, ad esempio, ce n’è una che mi sta facendo impazzire, perché mi piaceva, ma ricordo solo l’inizio

Un vetro torturato dalla pioggia

come cavolo va avanti, non chiedetemelo. Ho strappato anche quella pagina, per fortuna.

La forma, dicevo, non ho potuto cancellarla. Ho sempre gli occhi verdi e sono sempre alto. Di ingrassare non mi è stata data la facoltà. Ho prestato il mio corpo ad una campagna pubblicitaria, e da allora sono sempre “l’uomo del profumo”. Ho provato a strappare dalle riviste (quelle che trovavo dal barbiere, ad esempio) le pagine che mi ritraevano, ma era troppo poco.

Ho capito che essere famosi non è vedere delle dita che ti indicano, ma… non lo so, o meglio non lo sapevo.

Però ero certo che doveva essere qualcosa di diverso.

Cazzo, ho perso la scommessa!

La goccia di destra non è morta prima di quella di sinistra.

Si sono unite e sono morte insieme.

Sono le due del mattino, e sono famoso. Cosa è successo in queste due ore? Non è così facile. Non saprei da dove partire. Vediamo… Beh, innanzi tutto, perché sto scrivendo?

Ero rimasto a me che guardavo una fantastica corsa di gocce in un ospedale. Qualcuno mi ha visto e mi si è avvicinato. Era un’infermiera.

Nervoso? Le va di venirsi a fumare una sigaretta fuori, sono in pausa?”

Beh, veramente io… Va bene. Vengo con lei”.

Ma non ho resistito, durante il tragitto che ci portava all’androne aperto le ho confessato il mio vizio. “Non fumo”.

E non so perché le ho anche detto che in realtà avrei voluto tanto fumare, perché ecc. ecc.

Lei mi ha sorriso e mi ha detto che fumare era effettivamente una cosa che le piaceva molto da ragazza, e che ora lo faceva solo per impegnare il tempo libero. Perché il tempo troppo libero era una tortura.

E a lei cosa piaceva fare da ragazzo?”

La prima risposta che mi è venuta in mente non era l’ideale (ed aveva lo svantaggio che mi piace anche ora che ho quarant’anni). Così ho risposto “Scrivere. Ma non lo faccio da secoli.”

Ora le darò un foglio e una penna e lei scriverà tutto quello che è successo. Le va di fare questo gioco? Il tempo le sembrerà volare.”

Ho accettato.

La ruggine non è solo sul ferro. La ruggine è anche nelle mani. Per fortuna l’infermiera (Anna è il suo nome), mi ha dato almeno una ventina di fogli. Ne ho sprecati una decina cercando di descrivere come sono arrivato qui, in un ospedale di notte. Ma il problema è che non mi sembra nulla di speciale. Mi ci ha portato l’istinto. Sì, insomma, uno è in auto su una statale, piove, vede un’altra auto sul bordo strada di traverso, con un clacson che suona ininterrottamente. Fermarsi è stato il minimo. Non era un incidente, ma solo una donna incinta che chiedeva aiuto. Mentre la portavo con la mia auto in ospedale avevo solo una cosa in testa. “Che cazzo ci faceva questa al volante?”. La risposta non la conosco ancora.

Siamo arrivati in ospedale, ho urlato “c’è una donna incinta!”. Ed il mio ruolo è finito. Ho guardato l’orologio. Mezzanotte.

Dieci fogli buttati nel cestino perché non sono stato in grado di descrivere bene questa storia.

Poi Anna è corsa dentro la saletta e mi ha detto. “È nato”.

Ho sorriso e le ho detto che arrivavo subito.

Ho messo la penna sul foglio e ho scritto:

E’ mezzanotte e non sono ancora famoso.”

Era nel letto, semi distrutta, e stringeva suo figlio. Mi ha sorriso.

Non vedo l’ora che questo piccoletto sia abbastanza grande da capire, perché ho voglia di raccontargli la storia di quando è nato.”

Dio mio, fammi dire una cosa intelligente, una sola. Non so neanche dove tenere le mani. E questo nodo in gola che ho ora non c’entra proprio nulla, nulla, nulla. E neanche questa lacrima che mi sta scendendo sul viso. Una sola cosa, ti prego. Va beh, parla ancora tu.

A proposito, come ti chiami?”

Federico”. Almeno in questo sono stato bravo.

Federico” ripeté lei a bassa voce, guardando il bambino. “Ero proprio curiosa di conoscere il nome di mio figlio”.

Ora sono famoso. E me ne fotto se voi che leggete mi prendete per pazzo. Sono famoso perché mi sento famoso. Ora ho capito cosa significa essere famosi. Vuol dire cambiare la vita degli altri, anche involontariamente. Non delle dita che ti indicano, no.

Ho capito. Ora sono famoso perché dentro di me so di aver fatto una cosa che non vedo l’ora di andare a raccontare a mio padre, di corsa, fin lassù in cielo. E magari scoprire che lui lassù sa già tutto, e che mi abbraccerà presentandomi orgoglioso ai suoi nuovi amici.

Mio figlio Federico. L’uomo che ha portato in ospedale Marta”.

Addio uomo del profumo. Non ho più bisogno di strappare nessuna pagina.

Grazie Anna. Forse ti starai chiedendo cosa ci faccio ancora qui dentro alle tre, perché non sono ancora tornato a casa a dormire.

Volevo ringraziarti di tutto, anche per questo ventunesimo foglio. Gli altri li avevo finiti, ma ora mi sono ricordato di una cosa importante. E voglio scriverla.

Un vetro torturato dalla pioggia,

due gocce che si sfidano di corsa

per poi morire in un eterno abbraccio.

Eccola qua. Continua così.

In realtà non è vero, non riesco proprio a ricordare come andava avanti.

Ma in fondo è così bello poter cambiare quel che ero senza distruggere nulla.

Luigi Fattore

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