Jammin’
Postato il
24 Dicembre , 2008
Filed Under Macchie |
Giorgia me l’ha appena detto. Nella mia testa sta già rimbalzando la parola aborto, ma fingo un silenzio carico de riflessioni che in realtà non ci sono. Poi mi sembra doveroso guardarla negli occhi e allungare la mia mano verso la sua. E a quel punto me lo chiede: “Tu che pensi?”. Giro il cucchiaino nella tazzina del caffè, sprofondando lo sguardo e tutto me stesso nel nero di quella bevanda. E lì che ora vorrei essere: immerso nel nero caldo e rassicurante, nascosto dal resto del mondo. Poi, guardandola di sbieco, le pronuncio tra i denti quell’unica parola che ho in mente fin dall’inizio. E socchiudo gli occhi aspettando la sua risposta.
Lo sguardo di mia madre è quello che maggiormente non riesco a sostenere, molto più di quello di Giorgia. Quando la incrocio per il corridoio o in cucina durante il pranzo tengo la testa bassa e le guance rosse come quando da piccolo non ero riuscito a controllare la mia vescica durante la notte e avevo bagnato di pipì tutto il letto. E, come da piccolo, attraverso la tasca dei pantaloni mi stringo forte l’estremità del prepuzio tra le unghie, quasi a castigarmi. Dopodiché me ne vado sbattendo la porta quel tantino più forte da far capire che non l’ho semplicemente chiusa, ma l’ho appunto sbattuta.
Scendendo per strada ho una gran voglia di sentire Giorgia. Provo a chiamarla, ma mi risponde il padre, e allora riattacco senza dire una parola. C’è una sola cosa che riesco a sostenere ancora meno dello sguardo di mia madre: i genitori di Giorgia. Mi sento come se li avessi fatto il più grande dei torti, il più infame degli sgarri, il più ignobile dei tradimenti. Al solo sentire la voce bassa del padre di Giorgia vorrei sprofondare, essere sepolto vivo, fatto a pezzi, dilaniato da cavalli indomiti. Riaggancio la cornetta e mi allontano. Il pomeriggio è ancora lungo, e per fortuna oggi arriva Luca.
Io e Luca eravamo compagni di banco ai tempi del liceo. Poi dopo il diploma io mi sono impantanato all’università, mentre lui è partito per Londra. È stato lì per sei mesi, ha fatto il cameriere, ha lavorato come assistente per un fotografo, dopodiché s’è trasferito a Dublino, dove ha fatto il cameriere, il tecnico del suono per una band folk e infine adesso è un anno che vive a Madrid, dove prima ha fatto il cameriere e dove ora fa l’organizzatore di eventi. E oggi arriva a Napoli per qualche giorno. Ho proprio voglia di incontrarlo e distaccarmi da tutto quello che mi sta intorno in questo momento.
La luce rossastra del tramonto inonda i tavolini del bar in via Aniello Falcone. Colmo della sorte, il gestore è un appassionato di Bob Marley e manda a ripetizione l’intero CD di “Legend”, uno dei preferiti di Giorgia, e quello col quale ci siamo scambiati il nostro primo bacio, un pomeriggio di settembre, in camera sua, col terrore che entrasse il padre. Fosse entrato in quel momento, mi avesse scoperto avvinghiato ai fianchi e alle labbra di sua figlia, con le lingue attorcigliate in un groviglio di lascivia, e mi avesse sbattuto fuori a calci, forse sarebbe stato meglio. I wanna jammin’ with you… A Luca non ho detto nulla, altrimenti già so che dovrei parlarne e non mi va. Taccio e ascolto lui che mi racconta tutto quello che ha fatto e che fa, dei posti che ha visitato, delle persone che ha incontrato, delle ragazze che ha conosciuto, delle decine di lavori e di case che ha cambiato. I hope you like jammin’ too… Rivedendo Luca e sentendolo parlare ho lo stesso effetto di quando sei in treno, fermo alla stazione, e attraverso il finestrino vedi il treno accanto partire. E per qualche istante hai l’impressione che sia tu a muoverti, ma poi ti basta distogliere lo sguardo, osservare il marciapiedi e capire che è l’altro che sta partendo, mentre tu resti fermo. Jammin’, jammin’, jammin’, jammin’, jammin’, jammin’…
Quando alle dieci di sera io e Luca ci salutiamo ho qualcosa che mi stringe alla gola e una voglia incontenibile di vedere Giorgia. Corro a casa sua, citofono. Risponde il padre. Mi faccio forza e chiedo di lei. Mi dice che sta già dormendo, poi, dopo un attimo di silenzio, aggiunge che l’indomani ha un appuntamento con un noto professore del Policlinico che ha intenzione di farla abortire entro la fine della settimana. Io smozzico un paio di parole incomprensibili, dopodiché lo saluto e mi allontano. Dal fondo della strada getto uno sguardo alla finestra della camera di Giorgia. È tutto buio. Poi all’improvviso una luce si accende per pochi secondi, per poi spegnersi nuovamente. Resto per un po’ a fissare la cornice buia della finestra, dopodiché infilo le mani in tasca e mi avvio verso casa.
Nella mia stanza, prima di addormentarmi, leggo sull’enciclopedia alla voce Gravidanza: “…intorno alla sesta settimana l’embrione è lungo solo qualche centimetro, eppure si già scorgono con chiarezza le dita delle mani e i piedi…”.
A. Festa
Commenti
One Response a “Jammin’”
-
bk su
8th Gennaio, 2009 15:34
sei sempre il mio scrittore preferito
Lascia un commento



