Bagliori divini

Postato il 30 Dicembre , 2008
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Una volta mi trovavo ospite a casa di M. Avevamo stabilito d’incontrarci all’indomani di un convegno su “La statistica applicata alle reti neurali” al quale ci eravamo conosciuti.

Per raggiungere la sua villetta fuori città mi toccò percorrere un notevole tragitto in automobile, molto più lungo di quello che ero solito tollerare. Appena giunto, ebbi subito, quasi come benvenuto, l’esigenza di andare a pisciare.

M’accorsi così, e non mi si dica che non sono un attento osservatore, che sul davanzale del termosifone, proprio accanto alla tazza del cesso, era appoggiata di traverso, in posizione tipica di chi l’oggetto lo usa, una bibbia. Ma che dico una bibbia, una Sacra Bibbia.

Era una di quelle bibbie marroncine, quelle che regalano alla catechesi del venerdì sera sotto previa corresponsione di moneta contante. Una di quelle che trovi nei cassetti dei comodini di alcuni alberghi.

Subito interrogato, M. mi disse in fretta e ridacchiando come un assassino che sì, Luca e Giovanni li preferiva quando la cosa si faceva lunga e penosa, mentre Matteo e quell’altro di cui non ricordava il nome, li leggiucchiava rapidamente quando il tutto scorreva via liscio. Il sacro evacuare.

Si può benissimo immaginare come i nostri discorsi da lì in poi ruotarono attorno a santi e merda, con piccoli incisi quando dovevamo scegliere quale bottiglia di quale grappa o liquore aprire.

Oltre che ai liquori, con M. scoprimmo di avere in comune anche una grande passione per piccoli oggetti insignificanti, come scatole o aggeggi per tabagisti. Questa fu la reale ragione alla base del nostro incontro. Dovevamo scambiarci opinioni e vanto riguardo alle nostre inutili collezioni.

Tuttavia, come prevedibile, dopo aver rapidamente buttato giù qualche bicchiere di grappa e di uno strano liquore fruttato di cui non lessi il nome sulla bottiglia, il discorso proseguì sul sacro filone biblico.

-                     Sai G., questa della Bibbia nel cesso è una delle cose che mi porto dietro sin da bambino, praticamente da quando ho ricordi.

-                     In casa tua si usava così?

-                     Sì, in ognuno dei bagni della villetta nella quale vivevo c’era una bibbia; ce n’era una anche in ogni cassetto di ogni comodino di ogni santa stanza.

-                     Ah!, i tuoi erano parecchio religiosi!?

-                     Se erano religiosi? Erano così devoti che mia madre ha abbandonato il tetto coniugale quando io ero appena adolescente per cercar più congrue vie.

-                     È scappata via e non sai neanche dove?

-                     No no, lo so benissimo dove: è nel monastero di Santa Rosa a Monteflavio.

Non so come, ma riuscii in quel momento a trattenere lo sfiato dell’esplosione della risata. Avrei sputato tutto quel liquore, che tenevo interi secondi nella bocca, sul tappeto o sulla faccia di M. E così, ingoiai e dissi:

-                     Mi vuoi dire che si è fatta monaca?

-                     No, non monaca, è una suora di clausura!

-                     E tuo padre?

-                     Mio padre, cosa vuoi che facesse, poveruomo, quando ha digerito la cosa era già un vecchio stanco …

E il resto lo compresi dalla sua espressione sempre più persa nel vuoto cosmico della stanza che sembrava animarsi di stupori ignoti.

-                     Tua madre invece?

-                     Invece cosa? Vuoi sapere se mia madre è viva?

-                     Si, ecco, intendevo dire proprio questo.

-                     Mia madre non la vedo da quel giorno, è una suora di clausura! Fai spesso di queste domande idiote?

E dicendo questo, scoppiamo finalmente entrambi in una grassa risata. M. si alzò e, preparando la frase come fosse la pennellata di un pittore davanti alla sua più grande opera, prima mi chiese se volessi assaggiare qualcosa di speciale, e dopo piano aggiunse:

-                     Sai quando ero piccolo, quest’aura sacra che s’avvertiva profondamente in casa mi faceva strani effetti.

-                     Di cosa parli M.? Spiegati meglio.

-                     Sì, in casa mia era tutto vagamente offuscato, sempre tutto soffuso, come colori e luce. Era come se su ogni cosa si fosse adagiata la lingua di fuoco dello spirito santo. Era come se ci fosse sempre qualcuno con noi, o meglio, qualcosa, anche quando ero solo nella mia stanza, prima di dormire o mentre facevo i compiti.

-                     Và avanti, mi incuriosisci.

-                     Ah! La curiosità ha sempre fatto delle vittime, caro mio; si ama per curiosità, ma soprattutto si tradisce per curiosità!

E a questa affermazione si soffermò a fissarmi dritto negli occhi, incutendomi quasi paura. Ma pensai che fosse solo un modo per introdurmi appieno nell’atmosfera di quell’inquietudine che lo attanagliava da giovane. Proprio il suo sguardo immobilizzante m’indicò il bicchiere stretto nella mano contenente un mezzo dito di qualcosa di molto scuro e di cui già da quella distanza riuscivo a sentirne l’odore. Aveva lo stesso profumo del legno di madera, il legno di cui sono ornate tutte le chiese e le case portoghesi. Affidandomi il bicchiere proseguì:

-                     Vi era qualcosa di parecchio suggestivo nella casa dei miei genitori, una sensazione che provavo, fortissima: vivevo sempre in tensione, come se dovessi aspettarmi da un momento all’altro qualcosa di straordinariamente sconvolgente.

-                     Forse era proprio la futura decisione di tua madre, forse era già nell’aria, M. cosa ne pensi?

-                     Magari fosse solo quello amico mio. Il fatto è che mi sentivo continuamente osservato. Non riuscivo a restare un minuto tranquillo e rilassato. Dormivo poco la notte, sempre in guardia, e sempre in preda a sussulti e talvolta persino al panico. Mi svegliavo di continuo, accendevo la luce, ma ovviamente non vedevo nulla di tutto ciò che stavo soltanto immaginando e i sospiri tenui ma insistenti, le ombre, e i rumori pure scomparivano tutti ridefinendo i normali contorni che muri, armadi e letto disegnavano nella mia stanza.

-                     Avevi paura?

-                     Ah! Se avevo paura? Io, G., morivo dalla paura. Me la sono fatta sotto fino a quindici anni.

-                     Ma di cosa avevi paura, se mi dici che non vedevi nulla?

-                     Ma come potevo stare tranquillo con tutte le storie di santi, anime pie che ci seguivano ovunque, angeli e apparizioni, cristi e madonne che mi raccontava mia madre.

E qui M. sembrò quasi infastidito e commosso allo stesso tempo, così pensai che forse era il caso di chiedergli se non volesse interrompere il racconto. Ma prima che iniziassi a parlare, lui mi anticipò dicendo:

-                     Ogni notte, per addormentarmi, dovevo prima fare una preghiera per chiedere a Gesù di non venirmi in sogno… ricordo ancora le parole precise che recitavo: “Gesù, ti amo con tutto il cuore, e credo in te, ma ti prego non ti manifestare in alcun modo, perché se dovesse mai accadere questo, io sono certo che morirei!” Ah ah ah, questa cosa ora mi fa così tenerezza.

-                     Sì, fa davvero tenerezza, M.

-                     Non fa tenerezza per un cazzo!, ero uno stupido bambino senza palle.

E qui mi sembrò che stesse diventando anche un tantino nervoso e assente, con lo sguardo assente, come quello di chi compie gli atti inconsapevolmente. Era arrivata proprio l’ora di andar via. La bottiglia di grappa era finita ed io mi sentivo la febbre a quaranta, non so se più per la grappa o per le suggestioni di M.

Tentai di spezzare il discorso con una battuta stupida, ma lui capì che non avevo più piacere di stare lì. Tuttavia fece finta di nulla e sorridendo senza troppo sforzo mi accompagnò alla porta e io mi diressi con una fretta che non controllavo verso la mia macchina.

Non appena mi fui seduto al posto di guida, i racconti di quella sera mi riecheggiarono nella testa. Avevo tentato di non farli risalire, ma la strada che percorrevo, sterminata di alberi fitti e villette tutte esattamente identiche a quella in cui ero appena stato, mi fecero pensare che non stessi in realtà percorrendo neanche un metro in avanti, ma che invece stessi girando all’infinito intorno alla villa di M.

Maledizione! Dovevo assolutamente trovare il modo di distrarmi e pensare ad altro. Io non ho mai creduto a nulla di eccessivamente trascendentale, non ho mai temuto visioni di santi e madonne, non ho mai sperato di ricevere apparizioni di nessun genere, non riesco neanche ad immaginarmi bene il bue e l’asinello, né la grotta a Betlemme; ma in quell’occasione non vedevo l’ora che la monotonia della strada buia terminasse e che dunque smettessi di avvertire presenze fuori e dentro la mia automobile.

Ma non dovetti aspettare molto perché ciò accadesse. Le mie suggestioni svanirono tutte insieme nel momento in cui un’altra automobile che viaggiava a grande velocità dietro di me, azzardò un pericolosissimo sorpasso, segnalandomi la sua presenza con diversi colpi di abbaglianti.

Non so se quel bagliore, dapprima scambiato per luce divina, fu provvidenziale ad evitare di addormentarmi alla guida, tuttavia in quel momento maledissi chiunque fosse all’interno di quella vettura e dal cielo caddero tutti i santi che mi potessero venire alla mente. Così decisi di accostare pochi secondi prima di riprendere la marcia, e ricordai che una volta quando vivevo ancora a casa dei miei, mentre scrivevo un racconto sforzandomi di essere quanto più blasfemo possibile, nella mia stanza irruppe di colpo mia madre offrendomi dell’ostia che prendeva da un convento tra le montagne a cui regalava vestiti vecchi e altro ancora che a noi non serviva più. A lei piaceva pensare che mi potesse far concentrare di più scioglierne un po’ in bocca come passatempo mentre scrivevo. Probabilmente in casa mia invece che il sacro, si è sempre respirato del profano.

La strada buia fortunatamente, come previsto, terminò dopo la galleria illuminata a giorno, e la città ignorante si palesò dinanzi a me con tutte le sue palazzine spente dalla notte. “Che bella la città”, pensai, la campagna, soprattutto di notte, mi ha sempre fatto paura.

Poco prima di entrare nel mio quartiere notai da lontano dei lampeggianti blu, una macchina della stradale. Dei poliziotti o dei vigili, avevano fermato alcuni ragazzi in una vettura molto simile a quella che poco prima mi aveva quasi mandato fuoristrada e facevano soffiar loro in strani aggeggi elettronici col beccuccio bianco. Avevano sicuramente bevuto quei balordi. Passando lì accanto molto lentamente, provai ad incrociare lo sguardo di uno di loro, forse il conducente, per gustarmi la mia divina vendetta. “Che incoscienti questi giovani a mettersi alla guida ubriachi!”, pensai, dopo di che non ricordo più nulla fino alla mattina dopo.

G_

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