Diario di un narcolettico [004]
Postato:
18 Maggio , 2010
Macchie | Comments Off
(Nota: l’autore di questo diario, Checco Cipriani, è purtroppo affetto da una grave forma di narcolessia che gli provoca improvvisi e incontrollabili attacchi di sonno ogni qualvolta prova emozioni troppo forti quali rabbia, sdegno, sconforto).
Gianluca e Armando
[004]
Sono stato sempre parecchio selettivo per quanto riguarda le donne. Diciamo che se dovessi indicare un mio ideale femminile potrebbe essere Audrey Hepburn nel fotogramma al 47° minuto e 22° secondo di “Colazione da Tiffany”. Nel resto del film non è un granché. Ma ho sempre pensato che nella vita bisogna essere selettivi. Per esempio La Divina Commedia non mi piace proprio tutta, ma solo in quel punto del terzo canto dell’Inferno in cui dice “d’elli”. Oppure ancora dei Beatles mi piace solo quel re minore settima di Yesterday. La gente è grossolana, e si accontenta. Forse perché pensa sempre di avere tanto tempo davanti per vivere, e che prima o poi, quello che di speciale cerca, lo incontrerà. C’era il papà di un mio amico che per trent’anni non tolse mai il cellophane dal divano buono del salotto. Il giorno in cui morì il cellophane era ancora lì. Lui aveva pensato di vivere chissà quanto e di avere chissà quanto tempo per godersi quel divano senza cellophane. Invece… Ma forse vi sto annoiando, e state perdendo tempo prezioso a leggere il mio diario. E la vostra vita è così breve. Da quanto tempo state leggendo queste cazzate che scrivo, trenta secondi? Un minuto? Spegnete lo schermo del pc e andate a fare una passeggiata, ma anche in questo siate selettivi. Notate per esempio quanta bellezza e poesia c’è nel sampietrino divelto all’imbocco di via XX Settembre, direzione Porta Pia o, per esempio, nella quarta finestra della seconda fila iniziando dal basso di Palazzo Farnese. Ma solo ad una certa ora del tramonto, verso Giugno. E poi, Roma, notate bene, non è antica, è vintage. Io noto queste questi dettagli perché passeggio spesso da solo. Trascorro un sacco di tempo solo. A me piace proprio starmene da solo. Sto bene con me. Mi faccio ridere e mi trovo parecchio intelligente. Mi piaccio così tanto che quando mi innamoro, mi manco. Per esempio in questo momento sono innamorato di Giada, e questa cosa non sapete quanto mi fa incazzzzzzZZZZZZZZ…..
Immortalare
Postato:
17 Marzo , 2010
Macchie | Nessun Commento
Immortalare. Lesyeaux camminava nella bianca e fitta nebbia, un’orma dietro l’altra, un passo a spingere l’altro, comprimendo la neve sotto le suole, la notte e il buio nascondevano la tormenta, solo la luce dei lampioni rendeva l’idea della copiosa affermazione di bianca violenza naturale che interessava quel preciso spazio. Farinosa e abbondante smussava le asperità più lievi, ciuffi d’erba, cespugli, buche, diventavano un unico orizzonte, tanto candido quanto nullo, un purgatorio fisico.Lesyeaux di punto in bianco si bloccò, sapeva che non poteva attraversare quel confine invisibile, il provvedimento restrittivo che pendeva sulla sua nuca formava un muro tanto impenetrabile quanto trasparente, invisibile e irreale. Il suo sorriso smagliato modellava il suo volto in una maschera di rigido dolore, non cercava redenzione, non era pentito, voleva possederla di nuovo, senza violenza, solo con la dolcezza dei suoi sentimenti.Il fumo del suo respiro copriva la visuale, il freddo si faceva sentire sulla pelle scoperta, ma niente riusciva a toccarlo come i suoi pensieri, fissava la memoria sugli esaltanti battiti di quell’esperienza che lo aveva condannato, sentiva ancora quel colpo di martello a fissare la sentenza sulla sua vita.Voleva scavalcare quella trincea, perdersi in quella faccia così delicata e lieve, afferrare quei riccioli e domare la brillantezza di quegli occhi nei suoi, parlare alle sfumature di quel corpo che viveva in quelle impronunciabili sensazioni.Lesyeaux gemeva, forse nella sofferenza, forse per passione, il fatto è che si piegò sulle ginocchia, ormai umide e bianche, il rumore al suono di sale schiacciato lo fece trasalire per un impercettibile momento.Fissava l’edificio che si stagliava in fronte a lui, quella fila di lampadine si contorceva lungo tutto il tetto e tutti muri, un piccolo assaggio delle sue forme, non doveva neanche sforzarsi di carpirne i segreti, la sua meticolosa e approfondita conoscenza, ossessivamente capillare, svelava ogni piccolo segreto che la notte tentava di celare.Sapeva che lei era lì dentro, sempre pronta a farsi ammirare nei suoi tratti sfarzosi, nei suoi colori piatti e male amalgamati, nell’opacità che il tempo le donava, fissa nella stessa posizione, sempre appoggiata a quel muro, che per natura e grandiosità sapeva farla risaltare come nessun’altra. Quando scorse dei fari avvicinarsi era già parte del paesaggio, nessun riparo l’avrebbe mimetizzato meglio.Il portavalori iniziò a delinearsi quando ormai era fermo, solo la sua imponenza permetteva di classificarlo. Quattro ombre scesero per scomparire ingoiati dall’edificio, la luce della porta spalancata gli permise di scorgerli, altrimenti avrebbe solamente potuto avvertire la loro presenza.Ricomparsero qualche fiocco più in là, intenti a trasportarla, segregata e protetta, avvolta e custodita in un’enorme scatola di legno. Era stato il giornale del mattino a soffiargli la notizia e Lesyeaux le stava dando l’ultimo saluto, quel capolavoro sarebbe stato trasferito nella collezione privata da cui era arrivato e non avrebbe mai più potuto rivederla. I suoi battiti gelarono quando vide i fari allontanarsi e scomparire, sopraffatti dal bianco rigore invernale.
Daniel Davis
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