Ti va di salire?

Postato: 2 Febbraio , 2010
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Un lampo fotografa il bar e Marilena conta sulle dita. Comincia dal pollice e il tuono scoppia sull’anulare. Qualcuno le insegnò da bambina che in quel modo si capisce se un temporale si allontana. O si avvicina. E quanto è veloce.

Aspetta il lampo seguente. Il tuono esplode di nuovo sull’anulare e Marilena conclude che l’acquazzone è fermo sopra la sua testa e questo la innervosisce e allora fruga nelle tasche finché spunta un pacchetto di Pall Mall. Nel riflesso di una porta a vetri, si accorge di sorridere. Oltre il vetro c’è il buio e un muro di pioggia e oltre, forse, c’è ancora Corso Garibaldi.

Raccoglie l’ombrello, accende una sigaretta ed esce dal bar. E’ inutile continuare ad aspettare che spiova. Schizzi d’acqua gelata le pizzicano il viso e le mani, e il vento si infila sotto i vestiti. Fa qualche passo e l’ombrello scricchiola rivoltandosi all’insù.

Al ritmo dei tergicristalli, Leonardo perde e ritrova la linea tratteggiata. I mezzi fari illuminano il nubifragio e nient’altro. La radio passa un vecchio pezzo di Ary Barroso che sfida lo scroscio dell’acqua. Saranno almeno quattro ore che guida. Ha le braccia tese, e le mani impugnano il volante alle dieci e un quarto. Qualcuno, anni fa, gli suggerì di tenerle in quel modo perché a fare il cretino, una mano qua e l’altra sul cambio, poi basta una buca o una gomma che scoppia, e diventi una mousse di lamiera. Da allora, ogni volta che è nervoso nemmeno lo fa apposta. Le braccia si tendono e le mani premono sul volante. Gli dà un senso di controllo avvertire nei pugni stretti le vibrazioni della strada. 

Accende una sigaretta e tira il fumo in fondo ai polmoni, poi apre appena il finestrino. Sulla statale i lampioni sono spettri giallastri e inzuppati che appaiono un attimo e schizzano via. Poi il buio, la pioggia e luci rosse di posizione che lasciano bave distorte sul vetro. E punture di fari fendinebbia.

Marilena combatte il drago in cui l’ombrello si è trasformato. Le piccole stecche di metallo si piegano in maniera orrenda, sbagliata, come gomiti spezzati. Tirata dal vento, la bestia cerca di spiccare il volo e Marilena resiste, la tiene per il collo.

Ci mette qualche secondo a capire che è fradicia.

Dice Cazzo, e la sigaretta le cade dalle labbra. Allenta la presa un istante ma è l’istante fatale. Il drago schizza a terra, si allontana strisciando e si incastra in una grata. 

Un lampo illumina lugubre Corso Garibaldi.

Marilena cerca di ripararsi contro una parete, come se avesse ancora qualcosa di asciutto. Conta sulle dita di una mano immaginaria ma non basta, perché il tuono cade sull’indice dell’altra mano immaginaria.

Sotto i piedi un tombino gorgoglia come uno che si strozza. Marilena lo osserva e tutto insieme è stanca e ha freddo e le viene voglia di sciogliersi, scivolare in rigagnoli giù per le viscere di Corso Garibaldi, trasformarsi in un risucchio che gorgoglia, fa il vortice e sparisce.

E’ in quel momento che il dragombrello si libera dalla grata e tenta un volo goffo, da tacchino, sul marciapiede e poi sulla strada.

La statale diventa viale Europa e si infila tra le prime case della città. Leonardo fischietta Aquarela do Brasil e gira il collo a periscopio per cercare un cristo a cui chiedere dove sia l’Hotel Sayonara. E’ un nome idiota, mai sentito uno più stupido. Ma paga l’azienda e tanto basta.

Svolta a caso, si sporge in avanti e legge la via. Corso Garibaldi. Una mano scivola dal volante e carezza il cambio. Una macchia, un gatto?, un nano?, qualcosa di nero piomba sulla strada.

Improvviso. Lì davanti. A un niente.

L’istinto sbaglia e il piede picchia sul freno, la macchina perde aderenza e slitta sull’asfalto viscido.

 

Quando sente il botto, Marilena sta provando ad accendere un’altra sigaretta. Ha il naso contro l’angolo di una serranda.

L’impressione è di qualcosa che le crolli addosso. I muscoli si contraggono, la sigaretta cade. Le gambe si appiccicano alla strada, fanno quasi male. Quando finalmente riesce a voltarsi, non le sembra di notare niente.

Aspetta.

Quella macchina lì, proprio di fronte a lei.

In effetti.

Sta parcheggiata addosso al marciapiede, e prima non c’era. E in effetti sta anche addosso al cassonetto. L’ha spostato. Quella macchina è andata addosso al cassonetto.

Marilena guarda a destra, poi a sinistra e non vede nessuno. Decide di avvicinarsi, sente la pioggia sul viso e sulle mani. Sbircia nell’abitacolo.

Al posto di guida, immobile, c’è un uomo con la schiena dritta e staccata dal sedile. Le braccia sono tese sul volante, una di qua e una di là.

Sembra che tenga un torello per le corna.

Marilena guarda ancora a destra, poi ancora a sinistra. Nessuno. Bussa piano sul vetro. L’uomo gira la testa, ma così lentamente che lei ha il tempo di provare ancora ad accendere una sigaretta. Non c’è verso. E’ il vento, più che la pioggia.

L’uomo ha gli occhi a palla e non stacca le mani dal volante. Apre la bocca, forse dice qualcosa. Forse no, sta solo così, a bocca aperta. E’ buffo, e nel riflesso del finestrino Marilena si guarda sorridere.

Merda.

Leonardo chiude la bocca e respira. Poi flette la schiena, adagio, come per stiracchiarsi. E la schiena si flette. Benissimo.

Le braccia. Le sente tese, doloranti. Le guarda. Stringono alle dieci e un quarto, così forte che o si spezza il volante o tra un po’ si strappano i muscoli. E quella lì fuori chi cazzo è? Lentamente, schiude le mani. Piega un gomito. Benissimo.

Abbassa il finestrino. Schizzi di pioggia.

La donna smette di sorridere. Poi dice: — Tutto bene?

— L’hai visto?, chiede Leonardo in un falsetto isterico.

— Cosa?

A questa stronza viene da ridere.

— Come cosa? Che cazzo c’era in mezzo alla strada?

La sua miglior voce da castrato.

— Non lo so, ho sentito il botto, poi…

Leonardo scandisce: Bot-to e sgrana gli occhi.

— Ma stai bene?

— Io?

Muove il collo e di nuovo la schiena, poi apre e chiude le mani, — …direi di sì. O no?

Solo ora si accorge che la tipa, lì fuori, è in piedi sotto il temporale. Si accorge che gli viene da pisciare. — Era un coso nero… — biascica. Si accorge che un po’ gli viene anche da piangere.

E’ buffo con quello sguardo da pesce, mentre gira intorno alla macchina e valuta i danni. Dà un calcio al paraurti, dice Cazzo. Poi si avvicina.

— Sai dov’è l’hotel Sayonara?

Marilena si volta e lui segue la direzione del viso. Un’insegna gialla lampeggia in una traversa, c’è scritto Hotel Sayonara.

— Ma porca…

— Almeno leviamoci da sotto la pioggia — dice lei.

Il tipo la guarda come un punto interrogativo.

Marilena sbircia verso il bar. Chiuso. Una voce dentro afferma: anche se è stato l’ombrello non è colpa tua. E’ stata sfortuna. Succede. Ora vai a casa.

Anche lui sbircia, ma dall’altra parte.  Dice: — Ci sarà un bar, lì dentro.

L’insegna dell’hotel ammicca oscena come la porta dell’inferno e all’improvviso Marilena si ricorda che ha fretta. Dice: — No — Magari non c’era niente, Marilena, e questo imbecille ha puntato dritto il cassonetto. Succede. E’ il caso di telefonare. Parlare un momento con i bambini, che tanto rispondono loro, farsi passare papà. Dirgli che è zuppa e senza ombrello, e che la venga a prendere. Invece chiede: — E la macchina?

Il tipo guarda prima lei, poi la macchina, poi l’insegna. Poi di nuovo lei. Allarga le braccia, sorride: — Beh, la macchina è parcheggiata. Dico bene?

E’ pieno il mondo, di imbecilli.

Una bella randellata sull’auto a noleggio e invece di telefonare, avvertire, che so, vedere la franchigia, no, lui è qui seduto. Osserva rapito il sottobicchiere. Birra KOG, Triple Taste. Mai sentita.

Marilena.

Che bel nome. Gocciola di pioggia e ha i capelli incollati sulle orecchie. Ed è lì davanti che attacca la sua KOG. Una voce dentro gli dice che Dio esiste e gli ha appena dato un colpetto sui gioielli. Con affetto.

Hanno passato la fase rituale dei saluti, pensa, forse ora andranno ai passatempi: cosa fai nella vita, che ci facevi qui. Ti va di fare l’amore. Per dire. Nel frattempo stanno seduti composti e in silenzio, come bravi bambini. Fuori c’è ancora il temporale, come un bozzolo.

L’aria è satura dell’odore di pioggia che si asciuga sul corpo di Marilena. Un odore così denso da poterlo toccare. O almeno gli sembra, mentre sfiora il foglio di carta che funge da menù. Davanti, in alto, c’è scritto Bar Sayonara. Sul retro è stampata la pianta di un acquedotto. C’è scritto che è antico. E poi c’è scritto: “Sotto la città si estende un antico acquedotto, un labirinto di cunicoli di malagevole accesso.”

“La grandezza dell’opera, i passaggi sotterranei che la compongono, la sua posizione nel mondo del buio, hanno creato un po’ di mistero. Qualche volta si è favoleggiato che fosse una seconda città, una città sommersa, una città-Atlantide. Un universo a sé stante.”

Anche Marilena sta leggendo il menù. Poi lo piega in quattro parti identiche, sposta il sottocoppa più avanti, più indietro, muove il vaso con la rosa di plastica. Le serve per mettere a posto i pensieri. Tutta colpa di un ombrello. Una voce severa, dentro, dice: Marilena finiscila.

Ma lei scuote le spalle come per togliersi un peso di dosso, e immagina le strade e le case come una testa e i cunicoli là sotto come un corpo e sente l’acqua come sangue che scorre senza tregua, che porta la vita, la porta comunque e dappertutto. Poi a un tratto ritorna, scagliata da un getto potente e schizza su, e ancora su dalla teoria di cunicoli sotterranei, finché di nuovo è là.

Seduta al tavolino.

E nel suo corpo avverte, osserva, ascolta come un torpore frizzante, qualcosa di confuso che non afferra, che non è chiaro, che non le suona. Si sente provvisoria come un pelo sulla guancia della città. Alza lo sguardo, incrocia gli occhi di Leonardo.

— Che fai nella vita? — gli chiede.

E arriva un punto in cui c’è di nuovo silenzio e torna il suono della pioggia. E’ il punto in cui Leonardo guarda la pinta di Marilena ma vede una clessidra, che segna il tempo rimasto ed è quasi finita.

Dice: — Dovrai andare a casa, immagino. Ti aspetteranno.

Le dice così e Dio gli strizza le palle. Con cattiveria.

Marilena ci pensa e fa sì con la testa. Ci pensa ancora e lo dice: — Sì —. E continua a pensarci e alla fine dice: — In macchina avevi gli occhi a palla… E la bocca aperta, eri buffo.

— Non è che sempre mi spalmo sui cassonetti.

Lei sorride: — Pure adesso c’hai la bocca a pesce.

Leonardo in effetti è sott’acqua. Non respira.

Solo con una gran fatica riesce a tirare dentro il fiato, e quando espira non parla: si ascolta. — Non voglio che te ne vai, cazzo, non capisci? Ti pare normale che tu eri lì, e io pure, e ora siamo qui, voglio dire noi, tu sei qui e… —  il fiato finisce. Lo pompa dentro di nuovo, cerca le parole.

Non le trova. Un lampo, di fuori.  

Marilena si fa indietro e la sedia va in equilibrio su due zampe. Ha la faccia seria e conta qualcosa sulle dita. E’ un intervallo breve come un battito del cuore, ma così profondo da fermare il tempo. Leonardo, smettila di pensare cazzate. E’ il parere di Dio che si esprime. Ma Leonardo non ha più fiato e sta guardando la pinta, e la pinta è finita. Fuori, la pioggia ora sembra impalpabile.

Sta smettendo — dice lei. — Gli ho detto che andavo, quando smetteva.

Marilena esce dall’albergo e osserva il cielo. E’ così limpido adesso che oltre i lampioni si vede una stella. Si incammina col naso in su e non vede il dragombrello, nascosto tra i cassonetti.

Povera bestia, si vergogna per il casino che ha combinato.

Marilena è a casa e non può vedere nemmeno Corso Garibaldi, sfinito e fradicio come dopo un gran pianto, che se ne sta lì e pare che tremi. Però non è che pare. La sua groppa grigia e deserta sta davvero vibrando.

Marilena si scalda sotto la doccia, mentre la strada continua a oscillare. Il tombino, lo stesso nel quale ha desiderato di sciogliersi, ribolle forte, come all’avvicinarsi di un tir sulla statale. Un tir smisurato. Come sul punto di vomitare un’Atlantide che preme dal fondo. Come qualcosa che potrebbe succedere. Perché ci sono cose che sembra di no, e poi invece succedono.

E cose che non succedono. Magari per un pelo, ma non succedono.

 

Luca Salvicchi

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Il barbone e lo zircone

Postato: 19 Gennaio , 2010
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Amure mio, a vita è n’estate lassa stari i corvi lassù
ca non c’è Dio ma c’è un cantu di streghe e n’tu lettu c’è un diamante che ho nascosto e
u poi pigghiari sulu tu
(La strega e il diamante, Alessandro Mannarino)

Gigi Cuomo non è più lo stesso. Da due anni. Il 4 settembre 2007, martedì, Sabani è morto.
– Ci chiamavamo pure uguale, “Gigi”.
Pensa che OK, il prezzo è giusto! sia stato indubbiamente il miglior programma italiano, dalla nascita della televisione.
Riflette su questo, mentre percorre la Tiburtina. Cerca, in realtà, di scacciare un altro pensiero: che quello stesso martedì del 2007 Cinzia l’ha lasciato.
– Cinzia, cazzo… Mi faceva sentire un uomo, meglio di quando vincevo al Dopolavoro di papà.
Figlio di un ferroviere, Gigi Cuomo era partito da Afragola all’apice della fama, dopo aver sconfitto Tonino D’Angelo al torneo di bridge e Ciro Fusco a quello di biliardo. Nella capitale, non è riuscito ad andare oltre il grado di appuntato.
– Questa città è senza cuore – si era ripetuto più volte, fino all’incontro con la “fata de Tor Pignattara”.
Cinzia abitava in un bilocale a via dei Savorgnan. Lui ogni sera passava a trovarla, si faceva una doccia, si infilava le ciabatte che lei gli aveva regalato e restava qualche minuto così, nudo sul divano, mentre la sua donna gli passava tra i capelli le mani impastate di brillantina.
Quando Cinzia sentenziava: – Abbiamo finito, usciamo – si preparavano alla passeggiata nel quartiere e, nelle occasioni speciali, alla cena da “Betto e Mary”.
Ricorda questo, in realtà, mentre imbocca via Marsala. Da due anni, ha chiuso con la brillantina. L’unica donna che ha mostrato comunque un interesse per lui, Ivana, semplicemente non è Cinzia. Tutto qui, discorso risolto.
– Pitufo! – sente urlare da una sagoma di mendicante che percorre a piedi il sottopassaggio Pettinelli. “Pitufo” è il nome che gli ha affibbiato il Barbone.
– In spagnolo significa “puffo”. In Spagna li chiamano così, i poliziotti, per via della divisa blu – gli aveva spiegato un giorno il vagabondo. Gigi Cuomo aveva cercato di spiegargli, a sua volta, la differenza tra Polizia e Carabinieri. Il Barbone, per tutta risposta, gli aveva raccontato la storia della sua vita:
– Vengo da Castelnuovo.
– Cioè, abitavi nel Maschio Angioino?
Il Barbone non capiva di che parlasse il Pitufo, forse di un uomo francese.
– Vengo da Castelnuovo di Cattaro, nel Montenegro.
Il Pitufo non capiva di che parlasse il Barbone, forse di un amaro bolognese.
Diventarono amici.
Gigi gli fa cenno con la mano, accosta più avanti, all’angolo con via Giolitti.
– Tutto bene? – gli domanda dal finestrino, appena quello lo raggiunge.
Su una panchina a piazza Vittorio, l’appuntato Cuomo si chiede se il suo amico sia ubriaco. Non odora di alcol, ma si esprime in quel suo modo strascicato, tra intonazione slava, prestiti spagnoli (“pitufo” non è l’unico indizio delle sue peregrinazioni) e parlata romanesca. Fa un discorso confuso:
– Oggi Endora, la madre de Samantha, s’è proprio arrabbiata col genero… Non è il suo tipo, quello…
Gigi non ha idea di chi sia questa gente. Ma subito gli viene in mente Rosa, la madre di Cinzia. Crede che sia colpa di quella strega se lei l’ha lasciato.
– …per fortuna, è comparsa zia Clara, che ha cercato de mettere un po’ de pace. E alla fine è arrivata Tabatha, che è riuscita a far calmare la nonna.
– Ma di chi parli?!
Se Gigi Cuomo non si fosse limitato, negli anni Ottanta, alla carambola e a Sabani, o se almeno sapesse che alla mensa dei poveri, dopo pranzo, suor Maria proietta i suoi dvd, non avrebbe fatto una domanda così inutile.
– Ma come? Della strega!
Adesso pensa che sì, il Barbone dev’essere ubriaco.
– E a proposito de strega, ma t’ho detto der diamante?
Per Gigi Cuomo, i soli diamanti che contano sono quelli sulle sponde del biliardo. Fondamentali.
– Qualche notte fa, a Termini, io camminavo diritto. La donna che fa le carte m’ha chiamato. Era stesa a terra, con tutti i cartoni addosso, ché era una di quelle sere della settimana scorsa, che sembrava che era arrivato l’inverno. E io, insomma… mi sono steso vicino a lei e…
Il Barbone racconta, racconta. Gigi pensa, pensa. Due anni che non dorme con una donna. D’estate è più facile, si esce con gli amici scapoli, si fa tardi, e alla fine si può stare anche bene. Ma d’inverno diventa più dura. E l’inverno si avvicina.
–…e il giorno dopo me so’ tagliato con questa pietra trasparente che m’aveva dato, che aveva detto che era un diamante, ma che a me pareva de vetro. E insomma, m’è uscito pure il sangue… Comunque poi l’ho cercata, la cartomante…
L’ha cercata tanto, Cinzia, in quei due anni. Ma non basta avere la divisa, per trovare una donna.
Ora nel suo spagnolo, il Barbone continua a raccontare. Di sogni e strani animali.
– Guarda, un merlo! – grida all’improvviso.
Gigi fa un balzo in avanti, tornando dai suoi pensieri. Osserva l’uccello che fischia in equilibrio sull’angolo della panchina. Gli viene in mente un vecchio detto che gli ripeteva suo nonno: “Quando canta il merlo, siamo fuori dell’inverno”.
– Barbone, io adesso devo andare.
Saluta l’amico, con il solito cenno. Crede che a Ivana, uno zircone, le possa piacere.

Manuela Lo Prejato

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